Posted On 01/04/2014

La carità conosce il sacrificio

Come si impara cos’è l’amore? Che cosa ci aiuta a capire, fin da piccoli, che siamo amati e cosa voglia dire amare qualcuno?

Si tratta di una conoscenza che passa attraverso l’esperienza della vita, un’esperienza intessuta di relazioni interpersonali, prima di tutto quelle dell’ambito famigliare, ma non solo.

C’è chi  ha la benedizione di nascere e crescere in una famiglia in cui si vive un amore genuino, anche se non perfetto; e c’è chi purtroppo in famiglia impara cosa non è l’amore.  La Provvidenza di Dio però è grande, ed Egli con tanta cura ci pone accanto magari altre figure di riferimento: parenti, vicini, amici, insegnanti, ecc.

Quali tratti di queste relazioni mi parlano di amore? La cura della persona, l’attenzione ai suoi bisogni, la volontà di fare il suo bene, il coraggio di dirle quello che non vuole sentire ma che la aiuta a crescere e ad evitare scelte sbagliate o disastrose…

Ma c’è soprattutto un elemento che ci fa cogliere quasi infallibilmente l’amore dell’altro: la capacità di sacrificio. Riconosco un vero amico quando vedo una persona che per il mio bene è disposta a sacrificarsi e a sacrificare qualcosa di importante. Maggiore è il sacrificio, più grande e più puro è l’amore, come Gesù stesso ci ha ricordato: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.” (Gv 15,13)

I sacrifici che i genitori o i nonni fanno per figli e nipoti sono spesso un segno del loro amore, del loro desiderio di bene. Un amico che ha il coraggio di dirti la verità, anche a costo di essere respinto e non capito, è un tesoro prezioso.

Se tutto questo è segnato comunque dai limiti dell’umanità, basta alzare lo sguardo a Dio per “respirare” l’aria pura del suo amore: “In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.” (1 Gv 4,9-10)

Il Padre ci ha dato il suo unico Figlio. Cristo ha dato la sua stessa vita; ha accettato sofferenza, fatica, umiliazione, tortura, emarginazione, false accuse, abbandono da parte di amici e, infine, morte.

Un Dio così non può che avere a cuore il nostro vero bene. Questo è l’amore: volere il bene dell’altro, mettere l’altro prima di me e dei miei interessi.

Passare un po’ di tempo nella contemplazione del crocifisso può essere un grande rimedio per guarire la ferita della mancanza di fiducia in Dio Padre e delle tante immagini distorte che abbiamo di Lui.

Oggi, però, il termine “sacrificio” non suona troppo bene e da’ l’idea di qualche cosa che si fa a malincuore, con tristezza, o addirittura con amarezza, qualcosa che ci depriva della gioia “che ci spetta”. Non ci capita a volte, purtroppo, di rinfacciare a qualcuno ciò che abbiamo fatto per lui, come se ci dovesse qualcosa in cambio, e di “rimpiangere” di averlo fatto?

Il sacrificio è dunque qualcosa di semplicemente pesante, che ci casca addosso?

Ancora una volta, è bene guardare a Cristo e vedere come Lui lo ha affrontato. Prima di tutto, Egli ha scelto liberamente di dare la sua vita per noi: ”Nessuno me la toglie: io la do da me stesso” (Gv 10,18). Il cuore del sacrificio è proprio l’amore, scelto liberamente. Potremmo dire che il sacrificio è l’”involucro” che racchiude il cuore. Quello che noi scegliamo non è il sacrificio in se’, bensì l’amore, accettando qualunque cosa esso comporti. L’amore è la spinta; amore che non chiede ricompensa e riconoscimento, ma che semplicemente ci invita a donarci. L’amore è già la ricompensa ed esso porta sempre in se’ la gioia.

E’ dunque possibile parlare di gioia nel sacrificio; non una gioia “epidermica”, superficiale, che deriva dal fatto che l’altro apprezza e ricambia ciò che ho fatto per lui, ma una fonte zampillante che sgorga dal profondo del cuore perché lì abita l’Amore stesso.

E’ nel dono che ritroviamo noi stessi e la nostra vita, in pienezza.

“Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.” (Mt 16,25)

“L’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (Gaudium et Spes, 24)

“Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Gesù ci parla di pienezza di vita. Essa viene dal dono di se’ e, in quanto pienezza, essa include la gioia. Il sacrificio è dato anche dall’amare chi non ci ama, chi non capisce, chi ci ferisce. E’ il grande amore di Cristo, che ci ha amato e ha dato la vita per noi quando eravamo ancora nemici (cf. Rom 5,10). Eppure, anche lì, quanta gioia si può incontrare, come è accaduto al Cardinale vietnamita Van Thuan, arrestato dal regime comunista nel 1975, appena dopo essere stato assegnato a Saigon come arcivescovo ausiliario.

“Quando cominciai a discernere tra Dio e le opere di Dio, quando scelsi Dio e la sua volontà e lasciai tutto il resto nelle sue mani, e quando imparai ad amare gli altri, specialmente i miei nemici, come Gesù ha amato me, sentii una grande pace nel cuore. Privato della libertà, di tutto, e costretto a vivere in estrema povertà nella mia cella buia, ero in pace perché’ potevo dire: “Mio Dio e mio tutto”. La pace che il mondo non può dare mi portò grande gioia.

Persone imprigionate per periodi molto lunghi, senza processo e in condizioni di oppressione, conservano ricordi amari e sentimenti di odio e di vendetta. E’ una reazione normale. Io sono stato in prigione per tredici anni, nove dei quali in isolamento. Due guardie mi sorvegliavano ma non parlavano mai con me, salvo dire “sì” e “no”. Ma sapevo che dopo tutto erano miei fratelli e dovevo essere gentile con loro. Non avevo alcun dono da offrire loro come prigioniero, niente che potesse fare loro piacere. Cosa fare?

Una notte mi venne un pensiero: “Sei ancora molto ricco. Hai l’amore di Cristo nel tuo cuore. Amali come Gesù ama te”. Il giorno dopo mi sono messo all’opera, cominciando con il mostrare gioia e sorridendo. Cominciai a raccontare loro storie dei miei viaggi in paesi dove le persone vivono in libertà e godono della loro cultura e di grandi progressi della tecnica. Ciò stimolò la loro curiosità e cominciarono a farmi molte domande. Lentamente, molto lentamente, diventammo amici. […] Solo la carità cristiana  può portare al cambiamento del cuore. Non le armi, non le minacce, non i mass media.”

La capacità di amare così non è per pochi eletti, ma per chiunque si fa prima di tutto inondare dall’amore di Cristo. Nel suo amore troviamo la fonte del nostro amore. Nel suo sacrificio troviamo il coraggio per il nostro. Nella sua gioia troviamo la gioia che il mondo non ci può dare.

 

PROPOSITO CONCRETO

  • Durante questo tempo di Quaresima passerò un po’ di tempo nella contemplazione dell’amore di Cristo per me. Posso prendere ogni giorno qualche minuto per contemplare il crocifisso, oppure meditare con la Via Crucis.
  • Di fronte ad un sacrificio richiesto dall’amore per l’altro, sceglierò di farlo liberamente, senza attendermi nulla in cambio.

 

La meditazione di Gennaio è di Celestina.

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