Posted On 04/06/2022

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by AVI Admin

A Dio importa che io soffra?

Ricordo quando entrai per la prima volta in un centro di assistenza hospice. Avevo 17 anni e mia nonna era alla fine della sua vita. Ricordo di averla vista distesa nel suo letto mentre soffriva. In quel momento stavo combattendo contro la frustrazione e la confusione. Ricordo di aver pensato: “Non c’è niente che qualcuno possa fare per tenerla in vita?” Stavo lottando per accettare il fatto che era troppo debole per ricevere altre cure per il suo cancro. Nella mia mente di diciassettenne, non riuscivo a capire perché mia nonna dovesse soffrire così tanto, e perché non ci fosse una soluzione.

Qual è la prima cosa che pensi o fai quando vivi un periodo difficile? Sia che sia tu a provare dolore fisico o psicologico, sia che sia la sofferenza di qualcun altro a colpirti (e quindi a diventare anche la tua), come reagisci? Spesso la realtà della sofferenza ci mette a disagio e cerchiamo di evitarla a tutti i costi. La sofferenza provoca dolore e, cosa peggiore, è spesso impossibile da comprendere. La sofferenza è misteriosa.

  Come ho detto, a 17 anni tutto quello che volevo era trovare una soluzione per far sparire la sofferenza in quella stanza d’ospedale. E in modi diversi, forse tutti noi cerchiamo questo tipo di soluzione. Forse cerchiamo di lenire  la sofferenza, di evitarla o di fuggire e distrarci da essa, sperando che scompaia. C’è un tipo specifico di sofferenza che oggi  stai vivendo? Se sì, come la vivi? Se riflettiamo  sul modo in cui scegliamo di anestetizzare il nostro dolore o fuggire  da esso, sappiamo che questo non fa altro che danneggiarci ulteriormente. E, in quei momenti, può sembrare troppo difficile fare altro. Come possiamo trovare il coraggio di convivere con la nostra sofferenza? Da soli non siamo abbastanza forti, ma attraverso la relazione, con la presenza di un altro, diventa possibile.

Tutto posso in colui che mi dà la forza.” (Filippesi 4:13).

Misteriosamente, Dio permette la sofferenza, ma non vuole che soffriamo da soli:

“…ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28:20).

Solo Gesù ha la capacità non solo di essere con noi in tutte le nostre sofferenze, ma anche di comprenderle, perché le ha vissute lui stesso. Egli stesso si è già fatto carico di tutte le nostre sofferenze attraverso la sua crocifissione e noi possiamo trovare consolazione e guarigione in  Lui se lo invitiamo a entrare nella nostra sofferenza.

E’ così facile fare questo? Quali sono gli ostacoli che possono intralciare il cammino?

 Abbiamo già menzionato la lotta comune che ognuno di noi fa per lenire la propria sofferenza, o la fuga nella distrazione, che è una grande tentazione su cui è importante essere onesti con sé stessi. Possiamo chiederci: come sono tentato di fuggire dalla mia sofferenza?

Altri ostacoli nell’invitare Gesù nella nostra sofferenza possono essere la tentazione di vergognarsi di farsi vedere sofferenti, o di giudicare la propria sofferenza personale. Proviamo a domandarci: quando soffriamo, tendiamo a sminuire la nostra sofferenza, e i motivi per cui soffriamo, e ci convinciamo che non abbiamo diritto di soffrire? Forse a volte crediamo di soffrire  per “colpa” nostra e che quindi la nostra non sia una sofferenza valida.  Forse a volte soffriamo perchè abbiamo forti emozioni, come ad esempio la rabbia o la tristezza; oppure abbiamo il rimpianto per un errore commesso o ci scoraggiamo per alcuni nostri peccati nei quali ricadiamo spesso. Siamo in grado di guardare  la nostra sofferenza con compassione invece di giudicare noi stessi? Forse soffriamo per un dolore fisico o psicologico che nessuno può vedere dall’esterno, e quando per esempio guardiamo al telegiornale gli eventi della guerra, ci sentiamo in colpa a parlare delle nostre sofferenze che non sono paragonabili a quelle di chi sta sotto le bombe.

Forse riflettere su alcuni di questi esempi può aiutarci a capire dove può esserci un “blocco” nell’accettare lo stato della nostra salute fisica, emotiva e spirituale. Non serve a nulla paragonare le nostre sofferenze a quelle degli altri. La sofferenza non deve rientrare in una determinata categoria perché Gesù se ne interessi. A Gesù interessa. Gli importa così tanto che non solo è disponibile a stare con noi nella nostra sofferenza, ma lo desidera. E Lui stesso comprende la tentazione umana di non voler soffrire. Nel giardino del Getsemani, mentre sapeva che stava per arrivare la sua ora di morire, pregò: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Luca 22, 42). 

In questo brano del Vangelo Gesù ci mostra che non ha cercato di fuggire dal suo dolore, anche se le tentazioni di farlo erano presenti nella sua umanità, ma ha confidato pienamente nella Volontà di suo Padre. Anche noi possiamo incontrare Gesù nel giardino del Getsemani e chiedere questa grazia di fidarci del Padre. Anche se ci vergogniamo di soffrire, anche se lottiamo con la tentazione di risolvere noi da soli la nostra sofferenza, e anche se non riusciamo a dare un senso a ciò che stiamo vivendo, possiamo sempre scegliere di invitare Gesù a stare con noi ovunque ci troviamo.

Gesù è il nostro rifugio. Nel suo Sacro Cuore c’è un luogo specifico che solo la nostra sofferenza può riempire. Solo noi possiamo incontrarlo in quel luogo del suo cuore, nessun altro può farlo. Chiediamo la grazia di lasciarci incontrare da Lui nella nostra sofferenza e di aprirci a come Lui desidera incontrarci lì. Forse vuole trasformarla in qualcosa di bello.

Lo stesso giorno in cui andai a trovare mia nonna nel centro di cura dell’ospizio all’età di 17 anni, la sera stessa andai alla messa quotidiana nella parrocchia vicina perché dopo un po’ non riuscivo più a sopportare di stare nella stanza d’ospedale e non sapevo in quale altro luogo andare. Dopo la messa, una donna anziana mi si avvicinò e mi disse: “Lo sai che il banco dove ti sei seduta è esattamente quello dove si sedeva tua nonna ogni giorno quando veniva a messa?”. Sono rimasta scioccata da questo commento perché c’erano più di 100 posti vuoti che avrei potuto occupare. Non avevo idea di dove si sedesse di solito mia nonna, ma scoprire che in quel momento ero seduta al “suo posto” è stato un piccolo segno di Dio che mi vedeva nella mia sofferenza e mi avvicinava.

  • Suggerimenti per la preghiera:

    1. Ripensa ad un momento di sofferenza che hai vissuto (o ad un’esperienza che stai vivendo ora) e che ti ha permesso di stringere un rapporto più stretto con un amico o una persona cara. Chiedi allo Spirito Santo di aiutarti a vedere come Gesù era presente in quella situazione e cosa vuole comunicarti ora attraverso di essa.
    2. Prendi 15 minuti questa settimana per stare alla presenza di Gesù (visitandolo in chiesa o guardando un crocifisso o un’immagine di Lui) e parlagli (o scrivigli una lettera) della tua situazione di sofferenza. Invitalo a incontrarti lì.

La meditazione di questo mese è a cura di Elizabeth Vishnefske

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