Posted On 06/02/2024

Abbà, Padre!

Vi è mai capitato di essere in un luogo a pregare insieme ad altre persone  e di rimanere attratti da qualcuno che vedete  particolarmente raccolto, assorbito dalla presenza di Dio? Non vi è forse venuto il desiderio di chiedergli : “Come fai a pregare così? Rivelami il tuo segreto, permettimi di pregare insieme a te, insegnami come fai”.

Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Ed egli disse loro: “ Quando pregate dite: Padre…(Luca 11,1-2)

Mi ha sempre affascinato questa scena del vangelo e mi sono chiesta di cosa sia stato testimone quel discepolo, quale spettacolo fosse vedere Gesù in preghiera. Lui era Dio, eppure ogni giorno aveva bisogno di ritirarsi e stare col Padre. Per lui erano vitali quelle ore, che strappava anche al sonno, al riposo.

Gesù non tiene per sé il suo segreto, ma risponde insegnando le parole del Padre Nostro. Non pronuncia una formula , ma comunica  un modo, il suo modo, di stare davanti a Dio . Il Figlio non ha nulla di più prezioso della sua relazione col Padre . La sua unione con Lui è il motivo della sua vita, della sua missione ed è il contenuto di tutta la rivelazione.

Già a 12 anni Gesù rivela la sua coscienza di essere figlio di Dio e di essere stato inviato per occuparsi delle cose del Padre suo (Gv 2,49). La sua identità filiale sarà poi ancora più chiara al momento del Battesimo, in cui il Padre stesso lo chiamerà “il mio figlio prediletto” (Lc 3,22). Comincia il suo ministero pubblico e le parole che dice sono quelle che ascolta dal Padre suo durante le veglie di preghiera (Gv 12,50). I discepoli che sceglie  sono quelli che Il Padre gli da (Gv 17,24)  e anche nelle opere che compie, è il Padre che opera (Gv 10,10). I tanti piccoli che Gesù incontra, guarisce ed elogia, sono quelli che anche il Padre privilegia (Mt 11,25) . Il Figlio mangia con i pubblicani e i peccatori,  perché il Padre suo è benevolo e misericordioso , ama anche coloro che non lo amano e ha mandato suo Figlio nel mondo non per condannare , ma per salvare . (Gv 3,17)

 Gesù vive la sua identità  e la sua missione come figlio che riceve tutto dal Padre . Egli è strettamente unito a Lui  , in una relazione che  sarà sempre unica, privilegiata.

Chi ha visto me ha visto il Padre(Gv 14,9). Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.(Mt 11,27)

Lui è venuto per fare dono di questa relazione  a noi.

Anche prima di Gesù gli ebrei chiamavano Dio col nome di Padre. Dio era chiamato padre dal popolo di Israele perché creatore, redentore misericordioso e tenero.

La novità strabiliante che Gesù è venuto a portare è la rivelazione del cuore di questo Padre da parte di chi lo conosce meglio di tutti e si rivolge a Lui col dolce nome di Abbà. Abbiamo tutti in mente la scena della preghiera di Gesù nell’orto degli ulivi. Inginocchiato per terra e bagnato di sudore di sangue, con l’animo triste fino alla morte, chiede al Padre di allontanare da Lui quel calice. Per la prima volta nel Vangelo, Gesù si rivolge al Padre chiamandolo Abbà. “ Papà, babbo mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” (Mt 26,39)

Papà: è la parola più confidenziale, la più affettuosa, la più familiare.

Abbà non allontana da Lui quel calice amaro, ma dà la forza a Gesù di berlo fino in fondo. Sulla croce Il figlio lo consuma fino all’ultima goccia, sperimentando il buio, l’abbandono del suo Abba, al quale però  consegna l’ultimo respiro.

Mai come in questo frammento di vita e di morte Cristo ci fa da maestro. Quando mi lamento della mia croce, dei disagi che vivo, del dolore che mi attraversa e sono tentata di gridare l’abbandono di Dio, mi rimetto in questa scena.  E un pensiero, sempre lo stesso, acquieta le mie mille domande: Dio Padre amava follemente il figlio, eppure ha permesso per lui quella sofferenza atroce. Se l’ha permessa per Lui, perché non per me?

E nella valle , che rimane oscura e tortuosa, mi ricordo che posso rivolgermi a un Padre, che è un Abbà. So che rimango sempre figlia, che posso, anzi, devo dipendere da lui. So che posso mostrarmi a Lui in tutta la mia vulnerabilità, miseria. So che posso chiedergli tutto, certa che mi darà ciò di cui ho veramente bisogno. Non devo crescere, diventare adulta, andarmene di casa. Lui vuole che rimanga piccola. E’ un Padre a volte esigente, può chiedermi tanto, a me può sembrare anche troppo, ma non mi lascia sola, mai! La mia vita è nelle sue mani, so che non si distrae e che in ogni istante porta avanti il suo progetto di pace per me e per il mondo intero.

Gesù mi insegna a rivolgermi al Padre come Abbà provvidente, che conosce i miei bisogni più concreti e desidera soccorrerli, invitandomi a fare altrettanto con chi è povero. Il Figlio, che ha sperimentato la tentazione e l’ha vinta, mi dice che posso chiedere al nostro Abbà di starmi ancora più vicino quando sono tentata, perché io non rimanga impantanata nell’insidia del male, ma la attraversi e vada oltre. E, quando cado, mi incoraggia a chiedere perdono al Padre, che è lì ad attendermi per fare festa. Solo vuole che, come suo Figlio, io possa anche perdonare i miei fratelli, perché il mio cuore diventi grande come il suo e sia alleggerito dalle catene del rancore.

Gesù ci insegna a rivolgerci con confidenza al Padre che è nei Cieli eppure ci dice che questo Padre si fa vicino a noi, più vicino di quanto possiamo immaginare.

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. (Gv 14,23)

Com’è grande e misterioso questo Padre: abita nei Cieli e abita dentro di noi. Gesù, insegnaci ancora oggi a vivere da figli!

Proposito concreto:

1)Posso dedicare ogni giorno un momento per recitare il Padre nostro lentamente e meditarlo

2)Se mi rendo conto di avere dei dubbi o delle domande sul Padre, ne parlo con un sacerdote o con qualcuno che possa aiutarmi.

La meditazione di questo mese è di Simona Ciullo

 

 

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