Posted On 01/07/2014

L’Amore è Paziente

“I beni più preziosi non devono essere cercati ma attesi”.   — Simone Weil

 Nel famoso inno alla carità in I Corinzi capitolo 13, ci sono tante parole con cui S. Paolo specifica l’amore, ma fra tutte le possibili descrizioni che poteva scegliere, la prima in assoluta che elenca è la pazienza. La carità è paziente. Quando pensiamo alla pazienza, di solito consideriamo l’aspetto di sopportare una situazione che ci pesa o dà fastidio. Devo avere pazienza con i miei figli che urlano nell’altra stanza, devo avere pazienza nel traffico che non finisce più, o nella fila lunghissima al supermercato. In questo senso, la pazienza, che viene anche dalla parola in latino patire, richiede una disponibilità a soffrire e ad accettare il dolore serenamente.

Ma c’è anche un altra prospettiva attraverso la quale ci fa pensare alla pazienza, ed è quella di aspettare, di attendere un bene. L’amore è paziente, cioè, l’amore attende, non cerca; l’amore rischia, non calcola; l’amore dona, non possiede. La Parola di Dio ci rivela che Dio è amore, e proprio nella natura di Dio che è Amore, che è Trinità, che è comunione fra le tre Persone divine, troviamo anche questa attesa, questa pazienza di Dio.

Il grande teologo Hans Urs Von Balthasar descrive in un modo molto bello questa dinamica dell’attesa nella Trinità: “Il Padre trova continuamente che la sua attesa è soddisfatta nel Figlio e nello Spirito … la corrispondenza appare sempre come appena donata … Nella carità c’è sempre questo momento di fiducia, questa specie di anelito, questa attesa, piena di rispetto, della libertà dell’altro, del suo dono imprevedibile. Voler negare questo momento alla carità vuol dire ucciderla” (Homo creatus est).

Quest’attesa è essenziale. Senza quel momento del vuoto (ma che non è misurabile nel tempo), quella sospensione dell’attesa, di rischio, non c’è dono perché non c’è libertà. Se io mi dono, già sapendo con sicurezza che il mio dono sarà ricambiato, questo non è un amore puro, ma un egoismo mascherato. Invece l’amore della Trinità è sempre questa dinamica del svuotarsi, del donarsi, quest’attesa fiduciosa del dono dell’Altro.

In questo senso, l’attesa richiede anche una certa sofferenza, la sofferenza di sentirci vuoti, il rischio di non ricevere in cambio l’affetto. Ma non è proprio questo che ci chiede Gesù? “Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete?” (Mt. 5,46).  Spesso vorremmo controllare le nostre relazioni per non sentirci mai soli, non sentire mai il vuoto o la mancanza d’amore, e facciamo di tutto per assicurarci l’attenzione dell’altro. Se mando questo messaggio, lui mi deve rispondere;  se gli faccio questo favore, sicuramente mi starà vicino;  se mando questo regalo, magari anch’io lo ricevo. Non è così, che troppo spesso creiamo delle aspettative, diamo affetto per riceverlo in cambio, e così “meritiamo” l’amore dell’altro? Ma cosa succede allora? Tutto diventa un calcolo, un tenere i conti, un misurare i gesti d’affetto.  E così sono deluso e frustrato quando non mi arriva quel messaggio, quando non ricevo quell’abbraccio, quando il mio affetto sembra cadere su terreno arido.

La centralità di un amore veramente paziente vale non solo nelle relazioni umani, ma anche nel nostro rapporto con Dio. La Scrittura ci offre un ammonimento forte nel libro di Siracide: “Guai a voi che avete perduto la pazienza; che farete quando il Signore verrà a visitarvi?” Ecco, noi siamo chiamati ad attendere anche l’amore di Dio, ad attendere con pazienza la sua visita in noi, la sua Parola che ci parla, la sua grazia che ci trasforma. È facile essere fedele al Signore quando riceviamo consolazione, quando il Signore ci parla chiaramente nella preghiera, quando ci sentiamo amati. Ma quando invece viviamo periodi di aridità, di noia, di stanchezza, di confusione, quando il Signore sembra tacere, la tentazione è di perdere la pazienza, di non attendere più ma di cercare appagamento per i nostri bisogni altrove. Ma proprio in quel momento in cui rimaniamo fedeli nonostante tutto, e attendiamo con fiducia e pazienza, ci sarà spazio abbastanza nel nostro cuore per permettere a Lui di visitarci.

Alla fine, tutto si riduce alla scelta fra due logiche diverse: la logica del dono o la logica del possesso. Le parole di Simone Weil ci possono insegnare una lezione preziosa, una chiave dell’amore: “I beni preziosi non devono essere cercati ma attesi” (dal libro Attesa di Dio). E perché attesi e non cercati? Perché i beni più preziosi, cioè, la vita, l’amore, la grazia, sono tutti doni! Come ci ricorda S. Paolo, “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?” (I Cor. 3,7). Noi non siamo la sorgente della nostra vita, non dobbiamo impadronarci dell’amore degli altri, e non possiamo mai produrre la grazia, ma solo attendere e ricevere. C’è una bellissima frase nel “Pranzo di Babette”, un racconto di Karen Blixen che poi è diventato un film (dicono che è il film preferito di Papa Francesco, e si vede perché). Ad un certo punto, il personaggio Generale Lowenhielm dice: “La grazia, amici miei, ci chiede soltanto di aspettarla con fiducia e di accoglierla con riconoscenza”. Ecco, questo è la chiave dell’amore: l’attesa fiduciosa e l’accoglienza riconoscente, o in altre parole, la pazienza e la gratitudine.

Salmo 130, 7

L’anima mia attende il Signore

più che le sentinelle l’aurora.

Israele attenda il Signore,

perché presso il Signore è misericordia

e grande presso di lui la redenzione.

 

Proposito concreto: Riflettendo con queste domande, chiediamo al Signore come possiamo vivere concretamente un amore che è paziente:

  • C’è una mancanza, un vuoto nella mia vita in questo momento? cerco  di riempire questo vuoto di impegni, contatti, apostolato, studio, lavoro, o lascio che Dio lo riempie a modo suo? Specialmente nelle amicizie, ci possiamo chiedere: cerco di manipolare l’affetto o l’attenzione dell’altro, o semplicemente attendo questo dono con libertà, senza pretendere nulla?
  • Verso quali persone o situazioni mi trovo impaziente, cioè, non-disposta ad accettare la sofferenza?
  • Qual è stato un dono (una grazia, una relazione, ecc.) che il Signore mi ha dato che non ho cercato, ma che mi ha sorpresa? e come posso esprimere la gratitudine per questo dono?

La meditazione di luglio è di Ruth.

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