Posted On 01/11/2025

Cantare la speranza

Or il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede, affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo.”    (Romani 15,13)

Vi è mai successo, nei momenti di gioia di sorprendervi a canticchiare qualche allegro motivetto?   Il canto è un dono stupendo che il Signore ci ha fatto per poter esprimere la gioia. Lo stesso Sant’Agostino scriveva che “coloro … che cantano sia durante la mietitura, sia durante la vendemmia, sia durante qualche lavoro intenso, prima avvertono il piacere, suscitato dalle parole dei canti, ma, in seguito, quando l’emozione cresce, sentono che non possono più esprimerla in parole e allora si sfogano in sola modulazione di note. Questo canto lo chiamiamo “giubilo”. Il giubilo è quella melodia, con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole. E verso chi è più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l’ineffabile Dio?” (S. Agostino. Commento al Salmo 32). Quest’anno stiamo vivendo il Giubileo e, come scrive il filosofo Marco Guzzi: “Giubileo è una bella parola, fa venire in mente il giubilo, la gioia che non trova parole, e si esprime perciò con grida e balli… anche se in realtà giubilo e giubileo hanno radici etimologiche molto lontane. Ma certamente anche il suono del corno ebraico, del corno del montone (Jobel appunto), doveva diffondere una certa gioia festosa, quando ogni cinquant’anni si rimettevano i debiti, si restituivano le terre e si liberavano gli schiavi.”. 

Siamo dunque in un tempo di gioia, di giubilo in cui possiamo cantare la Speranza che è certezza della presenza del Signore nella nostra vita.

E tu, hai mai provato a cantare? Forse ti ritrovi in una di queste risposte:

– Mi piacerebbe tanto cantare ma sono stonato! Cioè… certe note non riesco ad intonarle.

– A me piace cantare e faccio parte del coro della mia parrocchia; sono davvero contenta!

– Io invece mi vergogno troppo … preferisco ascoltare.

Cantare è davvero qualcosa di misterioso, ci chiama a prendere una posizione dentro noi stessi e di fronte agli altri. Riguardo al canto, infatti, ciascuno di noi ha qualcosa di personale da dire: “ Mi piace, non mi piace, non ci riesco, ci riesco, mi vergogno, sono bravo, sono stonato …” Evidentemente il canto, tocca alcune corde profonde del nostro essere, della nostra sensibilità, rendendole inoltre visibili agli altri. Ciò può procurare imbarazzo.

Ho frequentato per sette anni un coro lirico amatoriale. Il nostro maestro di canto ha sempre cercato pazientemente di insegnarci come proiettare il suono all’esterno, in maniera corretta: “Apri la bocca, sorridi, abbassa la lingua, riempi il diaframma … “. Noi coristi, tutti intenti a cercare il punto esatto dove far uscire la voce, ci siamo ritrovati a volte a fare delle smorfie talmente buffe, da scoppiare a ridere imbarazzati. All’inizio, a dire il vero, è stato difficile convivere con questo senso di disagio ma, pian piano ci siamo abituati a non vergognarci della nostra voce e delle nostre emozioni; abbiamo fatto “corpo”, arrivando addirittura a cantare brani di opere liriche famose, difficili per dei principianti come noi.

Questa esperienza mi ha fatto comprendere che quando noi doniamo agli altri tutto ciò che siamo, compresa la nostra parte più fragile, più “buffa”, più debole – quella parte che generalmente nascondiamo per paura di non essere accettati – ecco, quello è il momento in cui stiamo amando pienamente.  Non solo con la “testa” dunque, non solo con i sentimenti, ma con tutto ciò che ci appartiene. Così come ha fatto Gesù: ha pianto apertamente per la perdita del suo amico Lazzaro; non ha ricusato di lasciarsi guardare dai passanti svestito sulla croce; ha confidato ai suoi discepoli nel Getsemani: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me».(Mt 26,38). La consegna di Gesù agli uomini della sua parte più intima, a volte più fragile, ci dà tanta speranza, perché ci libera da quella idea di “santità-confetto”  che consiste nel voler raggiungere uno stato di perfezione umano anziché desiderare un rapporto vero con Lui. L’essere quello che si è, accanto al sano desiderio di migliorare per poter amare sempre più e meglio, è ciò che ci incammina davvero verso la santità.

Mi è stato spiegato dai cantanti che i suoni che noi percepiamo durante l’emissione della nostra voce sono diversi da quelli recepiti da chi ascolta. Ciò che arriva agli uditori è un suono più armonico e piacevole rispetto a ciò che sperimentiamo dentro di noi. Il canto dunque, come l’amore, è un dono per gli altri, non una gratificazione personale.  Non dobbiamo preoccuparci se ci suona strano il nostro modo di cantare, parlare, consolare: quelle parole, quel canto non sono per noi, ma per gli altri!  Sarà lo Spirito Santo che si servirà dei nostri sorrisi, delle nostra lacrime, delle nostre parti buffe, persino degli errori e delle incapacità, per portare la Sua consolazione. Ricordo bene una volta in cui dettai una meditazione alle mie consorelle durante un ritiro e verso la fine inserii una frase a mio avviso un po’ scontata, tanto per…allungare la riflessione. Ebbene, fu proprio quell’ espressione  che fece esclamare ad una di loro: “Questa è la frase più importante!Una pietra miliare che andrebbe incorniciata e  appesa al muro!” E’ Lui dunque che opera,  noi siamo uno dei modi attraverso cui la Grazia raggiunge e trasforma i cuori.

In questo Giubileo della Speranza, siamo chiamati a trasmettere quella Speranza “abbondante”che è dono dello Spirito e porta sollievo, gioia, riscalda i cuori e li rinfranca nel cammino.. Non dobbiamo aver paura di amare con tutto quello che siamo: a volte la condivisione di una fragilità, può donare il coraggio all’altro, di accettare la propria. Il mettere in comune le emozioni, può aiutare chi ci ascolta a ritrovare e ad accettare le proprie, anche quelle più scomode. Vogliamo fidarci di Dio che attraverso quei pochi pesci e pani che offriamo, moltiplicherà il bene che desideriamo portare nel cuore dei nostri fratelli.

PROPOSITO DEL MESE

“Cantate al Signore un canto nuovo perché ha compiuto prodigi” (Salmo 97)

– Il canto nuovo che possiamo cantare in questo mese potrebbe essere quello di provare a manifestare le nostre fragilità, innanzitutto a noi stessi e poi di fronte a Dio. Consegnare a Lui, nella preghiera tutto quello che siamo, senza il timore del Suo giudizio perché Egli è dalla nostra parte e ci vuole aiutare.

– Possiamo inoltre provare, ad aprirci con più semplicità, con le persone di cui abbiamo fiducia; consegnare qualche nostra debolezza a chi sappiamo potrà accoglierla, comprenderci, consolarci e consigliarci.

Questa apertura, farà in noi e negli altri, prodigi inaspettati.

La meditazione di questo mese è di Simona Panico, AVI.

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