Posted On 05/01/2017

I desideri del cieco

Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.  (Luca 18,35-43)

Questo brano tratto dal Vangelo di Luca ci parla delle domande e custodisce, nonostante le apparenze, due importanti domande, di cui tratteremo una alla volta. Ma prima ancora di scavare nella loro profondità, dobbiamo capire che cosa sia una domanda.

Il Vangelo è pieno di parabole, che sembrano essere il metodo preferito di insegnamento di Gesù, ma un altro modo con cui Gesù si rivolge al popolo è attraverso le domande. Ci hai mai pensato? Quando preghiamo con la Parola di Dio, prendiamo forse il libro in mano già appesantiti dalle nostre stesse domande e piuttosto in ricerca di risposte; e giustamente, perché Gesù è la Verità stessa. Che vuol dire, però, che la Verità con la “V” maiuscola cerca, domanda, interroga?

Una domanda è una cosa particolare; colui che la pone ammette o crea uno spazio, un vuoto, un bisogno. Dice: tu hai qualcosa che non ho io e che non posso provvedere da me stesso. Una domanda crea necessariamente un collegamento con un’altra persona a causa della sua dipendenza intrinseca. Allo stesso tempo, crea una vulnerabilità. Per ricevere la risposta colui che domanda deve essere capacità esatta di ciò che vuole ricevere. Deve rimanere aperto per far entrare l’altro. E l’altro rimane perfettamente libero di non farlo, lasciando aperta una porta destinata ad essere chiusa, e non colmando il bisogno. È, dunque, la forma più alta di dialogo perché richiede reciprocità. Io chiedo, tu rispondi e viceversa. È la relazione par excellence perché lascia l’altro completamente libero e anch’esso vulnerabile. Non solo crea spazio in colui che chiede, ma anche in colui che risponde perché chiamato a dare di ciò che ha, svelando una parte di se stesso.

Tutti noi abbiamo delle domande. “Qual è la volontà di Dio per me?” è forse la domanda più esigente. Questa stessa domanda prende tante forme, diverse per ognuno di noi: cosa faccio del mio lavoro? Mi sposo con lei? Me lo compro? Può prendere una forma ancora più seria: qual è il senso della mia vita? Oppure: perché devo soffrire? Magari tentiamo di pregare cercando chiarezza, come se fossimo noi nella nostra libertà a piegare le mani e le ginocchia. È il Signore invece ad attirarci a sé perché Lui ha da parlarci nella preghiera. Ha qualcosa da dire a ciascuno di noi oggi, in questo momento, in questo brano di Luca.

Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare.

Chi è questo cieco seduto lungo la strada a mendicare? Marco, che racconta lo stesso episodio (Mc 10,46), ci dice che quest’uomo si chiama Bartimeo; Luca invece, che attinge come fonte dal Vangelo di Marco, non ci comunica il suo nome. Perché? Perché si chiama con il tuo nome. Tutti noi siamo quel cieco seduto lungo la strada della vita. Siamo accecati dal nostro peccato, dalla nostra sfiducia in Dio… e ci troviamo seduti, fermi, senza azione o movimento perché non riusciamo più a vedere la direzione giusta della nostra vita. Non sappiamo dove andare o quello che ci accade. Forse siamo appesantiti della quotidianità, da quel giorno-dopo-giorno che ci attraversa senza che ce ne accorgiamo. Una persona, un evento ci passa addosso inosservato, perché non sappiamo coglierne il valore infinito. Non importa se è un amico, un parente, un re, o Gesù ad avvicinarsi a noi: noi non siamo più capaci di vedere lo scopo, la meta, il significato.

Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse.

Che cosa accade? È la prima domanda del brano. Forse non l’avevamo neppure notata, eppure non pensiamo forse che la domanda del senso della vita sia quella più importante? Chi sono io? Perché esisto? Qual è la volontà di Dio per la mia vita? Tutte queste domande sono equivalenti ma in questo brano è come se non ci fossero. Pensiamo che le domande assillanti siano terribilmente importanti: devo trovare una risposta! Ma la cosa più importante è vivere le domande.

Abbiamo accennato che una domanda può essere considerata come un segno esterno di un bisogno più profondo. Qui il Vangelo ci dice che ad avere la precedenza non è la risposta, ma il bisogno stesso. Perché? Perché crea relazione.

Pregare non è “trovare delle risposte”. Pregare è entrare in rapporto con Cristo. Significa che la preghiera deve essere continua. Lo stesso vale per il piano di Dio su ciascuno, che si chiama vocazione. Anche se Cristo rivelasse la mia vocazione nella forma di una “risposta”, il che è un modo molto imperfetto di concepirla – lo vedremo più avanti –, essa è in continuo sviluppo. Non si diventa suore nel momento della professione dei voti, anche se preceduto da cinque anni di formazione. Non si diventa genitori nel momento del concepimento del figlio. Come il bambino in grembo deve svilupparsi nella persona che è, così il genitore: il genitore diventa tale vivendo giorno per giorno con il bimbo, e impara strada facendo. Dobbiamo tornare a Cristo di volta in volta per ricevere la sua volontà per oggi, per domani, e così via. E le domande che sorgono nel cuore ci fanno ricordare che dobbiamo rivolgerci di nuovo a Lui.

 Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!»

Il coraggio del cieco di vivere pienamente le sue domande risulta evidente nella comprensione che lui ha del suo bisogno, del suo bisogno di Gesù. Non ha trovato la risposta alla domanda di senso che cercava, ma viene invitato a scendere nel cuore per scoprire i suoi desideri.

Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

Il cieco capisce che questo è il momento propizio. C’è un uomo che sta per passare e che può cambiare la sua vita per sempre. Che cosa farà? Grida.

La fede del cieco mi stupisce tanto. Gesù gli dice: “la tua fede ti ha salvato.” Ma quale fede? Questo cieco non aveva fede! Lui non conosceva Gesù. Non sapeva che Egli è il Figlio di Dio, che sarebbe stato ucciso per i suoi peccati e che poi sarebbe risorto dalla morte. Lui sapeva che quest’uomo forse poteva dargli di nuovo la vista. Lui voleva una cosa materiale e basta. Eppure, questa fede basta per Gesù.

E noi siamo come lui, opportunisti. Noi sfruttiamo Gesù. E questo gli basta! Gesù è il Dio dell’abbondanza. Lui è gratuità. Questo cieco sa che desidera – qualcosa – e quel desiderio fa fermare Gesù. Gesù si ferma per lui! Il nostro desiderio, per quanto sviato possa essere, fa fermare Gesù così da chiamarci a Sé. Questa nostra poca fede, questo grido basta per pietà a salvarci la vita. Gesù non gli dà soltanto la vista fisica ma la vista spirituale. Gesù gli dà di più di ciò che il cieco ha chiesto.

Prima abbiamo detto che il modo sbagliato di pensare alla propria vocazione è di intenderla come una risposta ad una domanda, come un distributore automatico: si mettono i soldi, esce la vocazione. Si chiede: qual è la Tua volontà per me? Dio risponde: prete. Invece la vocazione è una storia di amore appassionato. Gesù chiede: quali sono i desideri del tuo cuore? Cosa vuoi più di tutto? Te lo voglio dare insieme a tutto il resto. La vocazione è l’adempimento della propria identità più profonda. Non si colloca all’esterno, ma nella parte più intima dell’io. Gesù ci invita a scendere laggiù. Vieni con me, dice Gesù, mostrami la tua intimità e il desidero di felicità che ci abita così che te lo possa appagare; voglio la tua felicità più di quanto tu la voglia.

«Gesù non chiede innanzitutto rinunce o sacrifici, non chiede di immolarsi sull’altare del dovere o dello sforzo, chiede prima di tutto di rientrare nel cuore, di comprenderlo, di conoscere che cosa desidero di più, cosa mi fa felice, cosa accede nella mia intimità» (Ermes Ronchi, Le nude domande del Vangelo).

 Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?».

Ecco la seconda e più importante domanda del nostro brano, la domanda di Gesù. Questa domanda è talmente rilevante da dover essere vissuta, sperimentata in prima persona. Prova a metterti allora nei panni del cieco e a entrare nella scena con l’immaginazione.

Sei seduto lungo la strada e senti un trambusto che ti si avvicina. Avverti i passi di tante persone e tante voci che si mescolano. Percepisci l’entusiasmo del momento. Qualcosa di importante sta per accadere. Tu, nella tua disperazione, chiedi: che succede, che succede? Nessuno ti dà retta. Ma chi è?, domandi. Qualcuno, per farti star zitto, ti dice che è Gesù. Gesù? Chi è costui? L’avevi sentito nominare. Non era il guaritore? Ecco, la tua opportunità! Dalla profondità della terra gridi verso l’alto. Tutti cercano di farti smettere di gridare ma tu gridi con ancora più forza. Adesso o mai più. Prima che tu possa accorgertene, ti trovi in cammino. All’improvviso c’è un cambiamento, c’è una presenza. Silenzio totale. Capisci che non sei degno di stare in questa presenza. Non sei sicuro se vuoi rimanere o scappare. Ci sono le braccia della folla alle tue spalle e non puoi più tornare indietro. E poi una voce: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”

Ascolta quella voce. Veramente in questo momento il Signore ti sta vicino. Ti chiede veramente che cosa vuoi. Non è una trappola. Non vuole farti scrutare i tuoi desideri per purificarli. Non è una domanda per farti arrivare a Lui come risposta. No, è una vera domanda. Ma cosa vuoi veramente? Egli vuole dartelo. Come il cieco, chiedi la cosa più piccola, il desiderio più immaturo, più inutile. Vuole sapere con verità perché lui è il Dio della gratuità. Vuole dare tutto. Vuoi vedere? Ti do la vista ma anche la salvezza. Hai fame? Ti do pane e anche la mia carne. «Che cosa vuoi che io faccia per te?».

Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!»

Signore, che noi vediamo di nuovo. Io voglio vedere.

Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio.

Apriamo gli occhi come accadde al cieco, e come lui, la prima cosa che vedremo sarà il volto amoroso di Gesù, lo stesso Gesù che vuole darci tutto, che anzi l’ha già fatto; colui che ci dà il proprio corpo e sangue, che ha un piano per ciascuno di noi e che non vede l’ora di rivelarcelo, come un amante che fa domande all’amata per conoscerla sempre di più.

E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

 

Proposito concreto

Cerco di esprimere in parole quella domanda più cara, più intima, più vera che custodisco nel cuore: posso scriverla su un foglietto e portarla con me nei prossimi giorni. Puoi, posso cercare di offrire al Signore questa domanda in maniera concreta, magari affidandola a Lui durante la Messa, fiduciosa che Lui mi vuole incontrare, guarire, e amare attraverso quella domanda.

 

La meditazione di questo mese è di Kalin.

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