Posted On 01/12/2013

Il piacere dell’anima e la “rivoluzione della tenerezza”

Per parlare di qualcosa, e per capirci qualcosa, occorre partire… dalla fine. Dalla fine, che, per il gioco di parole che la lingua italiana ci permette, è anche “il fine”. Chiedersi, cioè: verso che cosa è orientato? Dove mira, dove arriva? L’uomo non può comprendere se stesso finché non si domanda: a che cosa tendo? In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio (Gv 1,1), ma la traduzione italiana della CEI non rende il pròs greco, che non significa “presso”: il Verbo non sta comodo, ma è in movimento fin dal principio. Il Verbo è rivolto verso Dio, orientato al Padre, appassionato del Padre. È il suo movimento a farci conoscere il Figlio! La sua identità profonda non è rivelata dalla sua apparente origine umana: Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi? (Mc 6,3), ma dal desiderio bruciante del suo cuore, che disegna una strada sicura verso il Padre: Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera (Gv 4,34).

Oggi è diventato sicuramente più difficile comprendere l’uomo e la realtà, perché del fine delle cose non parla più nessuno. Come già denunciava S. Kierkegaard nel suo Diario, «La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani».

Per S. Tommaso invece era chiaro che «Ogni cosa si dice perfetta in quanto raggiunge il proprio fine, che è la sua ultima perfezione». E così dicendo ci regala anche un ottimo criterio di discernimento: la verità, bontà di una cosa o un’azione è riconoscibile dal suo fine. Dove mi conduce questa scelta? Mi porta alla perfezione o alla diminuzione di me? Quale azione mi guida più direttamente a ciò che voglio diventare? In situazioni di paura e di scoraggiamento è facile perdere l’orientamento: il meccanismo della tentazione agisce proprio sull’”effetto-buio” per cui scompare dalla vista la grandezza del nostro destino.

È chiaro che il seguire questa strada richiede una rinuncia al criterio della convenienza immediata, al mi piace-non mi piace che oggi ci domina e ci paralizza. Si tratta di quel “sacrificio della reazione istintiva” che è via di accesso ad una libertà e ad un godimento più grandi, perché orientarmi al fine per cui sono creato genera una scoperta più profonda e incommensurabile di me, tanto che quel fine mi può prendere e attrarre più visceralmente e integralmente di qualsiasi istinto. 

«Ora, è proprio la carità ad unirci a Dio che è l’ultimo fine dell’anima umana, come dice S. Giovanni: Chi dimora nella carità dimora in Dio e Dio in lui (1 Gv 4,16). Perciò la perfezione della vita cristiana consiste innanzitutto nella carità» (S. Tommaso d’Aquino).

Alla luce di quanto detto è ancora più forte l’affermazione di Tommaso, che ci ricorda che quel fine ultimo della nostra anima, quella passione che sola può prenderci e soddisfarci completamente, è Dio stesso. Per Dio siamo fatti, come grida Agostino, e per nulla di meno! Ed è la carità a compiere il nostro destino, ad unirci a Dio, a permettere a Lui di raggiungere noi e a noi di lasciarci trasformare. L’amore è la riuscita, il godimento dell’anima. Non sarà per questo che così spesso, nonostante i nostri sforzi di riuscita e di felicità, ricadiamo su noi stessi stanchi e insoddisfatti? Non sarà che cerchiamo godimento per gli occhi, per la gola, per la carne, per la mente ma non ci preoccupiamo affatto del godimento dell’anima? Anche l’anima desidera compimento. È il grido che, nel tempo di Avvento, la liturgia ci aiuta ad esprimere: Lo spirito e la Sposa dicono: vieni! (Ap 22,17). Vieni, amore senza fine; vieni, sposo dell’anima. L’Avvento è il tempo in cui gridare la nostra mancanza. E ciò che manca all’anima è Cristo.

Ma «questo sentirsi colmati da Dio, ed esserlo veramente, a volte è preceduto da un vuoto che si sperimenta. È necessario che tutto ciò avvenga. È assolutamente necessario. Perché neppure Dio può riempire ciò che è pieno. Solo il vuoto può essere colmato» (M. Leonardi). Godere nell’anima comincia allora dal coraggio di fare il vuoto in noi, o di accogliere quel vuoto che le circostanze hanno generato in noi. Chi non ha vissuto o non vive una perdita, una delusione, un fallimento, lo spezzarsi di un sogno, l’incapacità di gestire un difetto o di superare una condizione di peccato? Sia questo il nostro vuoto, e rinunciamo a riempirlo con mille incantamenti. Rinunciamo anche alle anestesie. Così che possa venire Gesù in noi, per orientare a sé il nostro smarrimento. Per dirci: coraggio, scegli la carità, adesso, in questa situazione umanamente difficile. Più ami, più sei felice. Più ami, più la tua anima respira. Più ami, più diventi chi sei chiamato ad essere.

E questo amore, che nasce dalla venuta di Gesù in noi, è sfacciatamente concreto. Nulla di più pratico, scomodo, impastato di sudore. L’amore che nasce dal Natale è fatto di freddo, di paglia, di dolore. Proprio mentre scrivo queste righe la Chiesa riceve il dono di Evangelii Gaudium, l’Esortazione Apostolica di papa Francesco, tutta da meditare. Al n. 88 ci ricorda che « L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza». Chi sa allora che il piacere dell’anima, quella soddisfazione profonda che ci compie, non possa nascere quotidianamente dal dono concreto di noi stessi ai “tu” che ci stanno davanti? Chi sa che la vera rivoluzione che stiamo aspettando non sia la “rivoluzione della tenerezza”?

Propositi concreti:

  • Nelle decisioni che sono chiamato a prendere in questo mese, mi soffermerò nella preghiera a domandarmi: dove mi porta questa scelta? Mi avvicina o mi allontana da ciò che sono chiamato a diventare?
  • Nel tempo di Avvento, inizierò la mia giornata con un’invocazione a Gesù o allo Spirito Santo: “Vieni”, e concretamente indicherò al Signore il luogo e le circostanze, nella mia vita, in cui chiamo la sua presenza. Mi impegnerò anche a custodire il vuoto che avverto, proprio perché sia colmato da Lui.
  • Mi soffermerò a considerare quella relazione che mi chiede un “di più” di carità, ringraziando il Signore per essa e per l’occasione di crescita e di “compimento” che mi offre.

La meditazione di dicembre è di Sabina.

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