Posted On 05/05/2022

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by AVI Admin

Il potere dell’impotenza

Negli ultimi mesi, abbiamo iniziato le nostre considerazioni sul significato della sofferenza per cercare di vivere a pieno la nostra fede cristiana. Essendo battezzati nella morte e risurrezione di Cristo, anche noi siamo chiamati a “prendere la nostra croce” ogni giorno come Gesù ci ha insegnato. Questo mese, tuttavia, rifletteremo su un altro aspetto della sofferenza umana. Non quella in cui noi prendiamo la nostra croce, ma quella in cui dobbiamo guardare qualcun altro prendere la sua. E a volte questo è ancora più difficile. Abbiamo vissuto momenti in cui avremmo voluto farci carico delle sofferenze di qualcun altro? Quante volte abbiamo cercato di trovare una soluzione alle sofferenze di qualcuno ma ci siamo scoperti impotenti?

Mentre cominciamo a riflettere su questo, vorrei ricordare la meditazione del mese scorso, in cui abbiamo visto l’importanza di dare un nome alle nostre emozioni e reazioni. Possiamo chiederci: Quando vedo la sofferenza degli altri, mi sento impotente? Sento la rabbia? La confusione? Il senso di colpa? Do la colpa agli altri? Perdo la fiducia in Dio e nella sua bontà? Forse siamo in grado di fare finalmente pace con la sofferenza dell’altro, ma poi succede qualcosa e tutte le emozioni e le reazioni “negative” e le paure ritornano. Dobbiamo essere in grado di dire liberamente a noi stessi, a Dio, e forse a una persona fidata, la verità di ciò che stiamo vivendo. Va bene avere tutte queste reazioni. Fanno parte del cammino. Ma è solo l’inizio. C’è così tanto che possiamo imparare su noi stessi, su Dio e sugli altri attraverso queste esperienze.

Quando vediamo una persona cara soffrire, è bene che cerchiamo di fare tutto ciò che è ragionevolmente possibile per alleviare quella sofferenza. Fa parte della chiamata a vivere la carità: avere compassione per chi soffre e concedere a noi stessi di essere mossi all’azione. Tuttavia, quando abbiamo cercato di togliere la sofferenza di un altro, e siamo arrivati ad un punto in cui tutte le porte si sono chiuse, siamo chiamati ad accettare la sofferenza. A questo punto potremmo cercare di ribellarci, facendo tutto il possibile per buttare giù le porte. È difficile per noi accettare la nostra impotenza. Spesso cerchiamo di prendere il controllo. Questa esperienza di impotenza può essere molto benefica per noi, perché ci ricorda che non siamo Dio. Mi piace spesso riflettere su queste parole del profeta Isaia:

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – dice il Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. (Is 55,8-9)

Potremmo non capire perché Dio permette ai nostri cari di soffrire. Possiamo essere sicuri, però, che Dio ama le persone che amiamo più di quanto noi le amiamo. Solo Lui conosce il peso che possono portare, e dà loro la grazia di portare la loro croce. Per quanto ci piacerebbe togliere la sofferenza agli altri, siamo fiduciosi nel fatto che Dio stia trasformando quella sofferenza in un mezzo di santificazione personale, di intimità con Lui stesso, di partecipazione alla redenzione del mondo da parte di Cristo.

Che cosa possiamo fare, anche nella nostra impotenza?

“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.” (Gv 19,25)

Queste tre donne hanno fatto il dono più grande che potessero fare nel momento della più profonda agonia di Gesù. Erano presenti. Il Vangelo non parla di nessuna parola o azione compiuta da queste donne. Ma erano presenti. Queste donne avevano un cuore puro, un cuore pieno di amore, e in quel momento un cuore pieno di dolore. Non avevano le risposte. Non potevano risolvere i problemi. Non potevano togliere la sofferenza a Gesù. Ma sono loro che hanno portato consolazione a Gesù in un momento in cui la consolazione sembrava impossibile. In che modo hanno consolato Gesù? Condividendo la sua sofferenza. Non abbandonandolo. Rimanendo fedeli fino alla fine. Dimostrando il loro affetto e la loro cura.

In quel momento sulla croce, Gesù affida sua Madre al discepolo amato e affida il discepolo amato a sua Madre. Il discepolo amato non è nominato perché vuole rappresentare tutti noi. Gesù ha dato sua Madre a tutti noi, e noi possiamo portare Maria nelle nostre case e imparare da lei. Anche lei ha dovuto crescere nell’amore, aumentare nella fede e crescere nella fiducia durante la sua vita. Non ha mai peccato, ma non aveva tutte le risposte. Lei, come noi, ha vissuto nel tempo e ha dovuto imparare ad amare attraverso le sue esperienze, attraverso la sua preghiera e attraverso suo Figlio. Ha dovuto imparare a soffrire e a guardare gli altri soffrire. Possiamo chiederle di insegnarci come stare con coloro che soffrono. Possiamo chiederle di insegnarci a confidare in Dio quando non capiamo. Possiamo chiederle di aiutarci ad affidare a Dio tutti coloro che soffrono, sia che si tratti di persone che conosciamo e amiamo, sia che si tratti di persone di cui sentiamo parlare da vicino o nei notiziari. Maria è veramente la nostra Madre amorevole. Desidera essere vicina a noi e a coloro che amiamo.

Maria è anche un modello per noi in quanto sa intercedere per le persone. Una cosa che possiamo sempre fare è pregare. Maria sapeva quanto fosse importante portare tutte le persone a Dio. Sapeva di essere lei stessa uno strumento nelle mani di Dio, ma riconosceva il primato di Dio. Vediamo, per esempio, nell’episodio evangelico delle Nozze di Cana che Maria non risolve il problema del vino che manca, ma conduce le persone a Gesù dicendo “fate quello che vi dirà.” Nello stesso modo, anche noi possiamo sempre chiedere l’intervento di Dio. Possiamo chiedere a Dio di togliere le sofferenze dei nostri cari, ma anche se questo non avviene come noi vorremmo, possiamo intercedere perché le persone ricevano le grazie di cui hanno bisogno. Possiamo pregare che la loro prova diventi un mezzo di grazia, di crescita nell’amore e di crescita nella fiducia. Dio non lascia mai soffrire semplicemente per la sofferenza in sé, ma vuole sempre trasformare quella sofferenza in gloria, come ha fatto per Suo Figlio.

Affidiamoci alla preghiera e all’amore materno della nostra Madre, Maria. Affidiamo a lei anche tutti i nostri cari.

Maria, Consolatrice degli afflitti, prega per noi!

Suggerimenti per un proposito concreto:

Prenditi del tempo per chiudere gli occhi e immaginare la scena di Gesù sulla croce con le donne ai suoi piedi. Guarda il dolore nel corpo di Gesù, nel suo volto, nei suoi occhi. Poi guardalo mentre sposta il suo sguardo verso le donne, e specialmente verso sua Madre. Contempla questo momento e immagina cosa avvenne nel cuore di Gesù quando vide che non era solo.

C’è qualcuno che amo che sta soffrendo? Se non sono in grado di portare via la sofferenza, come posso mostrare la mia vicinanza? Forse posso anche chiedere esplicitamente alla persona di che cosa ha bisogno o che cosa vuole. (Potrebbe voler parlare. Potrebbe voler stare insieme in silenzio. Potrebbe voler sapere che qualcuno sta pregando per lei).

La meditazione di questo mese è di Alexa Van Lerberg

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