Posted On 01/12/2015

La Medicina della Misericordia

La voce di Papa Francesco risuona forte: «Prendete Misericordia, medicina per il cuore» e, con sorpresa dei fedeli riuniti in Piazza San Pietro il 17 novembre 2013, alla conclusione dell’Angelus il Papa fa distribuire ventimila scatolette contenenti un rosario. «Come mezzo di prevenzione si assume una volta al giorno» — recita la posologia — «e in casi urgenti si assume tante volte quante chiede la tua anima».
Due anni prima dell’apertura del Giubileo Straordinario della Misericordia, Papa Francesco era già convinto che la misericordia fosse la cura più efficace per le malattie spirituali del nostro tempo. Anche san Giovanni XXIII l’aveva intuito nel suo discorso di apertura del Concilio Vaticano II: «Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia».
Incuriosita dalla descrizione della misericordia come “medicina”, con sorpresa ho scoperto che essa ha origini antichissime. Infatti, Benedetto XVI nell’omelia della Veglia di Pasqua, il 3 aprile 2010, ha citato un’antichissima leggenda giudaica tratta dal libro apocrifo «La vita di Adamo ed Eva». La storia racconta che Adamo, nella sua ultima malattia, avrebbe mandato il figlio Set insieme con Eva nella regione del Paradiso a prendere l’olio della misericordia, per essere unto con questo e così guarito. Dopo tutto il pregare e il piangere dei due in cerca dell’albero della vita, appare l’Arcangelo Michele per dire loro che non avrebbero ottenuto l’olio dell’albero della misericordia e che Adamo sarebbe dovuto morire.
L’idea ebraica dell’esistenza di un olio di misericordia che è antidoto alla morte si può intravedere anche nel testo biblico del Siracide: «Un amico fedele è medicina che dà vita» (Sir 6,16). Che medicina straordinaria deve essere quella che non soltanto rimargina la ferita o combatte la malattia, ma addirittura dà la vita! Prendiamo l’esempio della tachipirina. Quando una persona ha l’influenza assume la tachipirina per abbassare la febbre. La medicina, in questo caso, non guarisce la malattia dell’influenza, ma semplicemente combatte i sintomi della febbre e dei dolori. La medicina divina è di tutta un’altra portata: guarisce la ferita, combatte l’origine del male e vince la morte.
La misericordia di Dio è la medicina che dà vita. Nel tentativo di rendere più vicina e comprensibile questa idea di misericordia, ci chiediamo: chi dona la vita? Una madre. Da dove le nasce la vita? Dall’ utero. Infatti la parola “misericordia” viene dal greco “splagchna” che indica il forte sentimento di compassione che nasce dalle viscere o dall’ utero materno. Lo riprende Papa Francesco in Misericordiae Vultus, 6:

«La misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono».

La madre non è soltanto colei che genera la vita naturale, ma anche il modello dell’amore incondizionato. Anche quando un figlio ne combina di tutti i colori, quando la fa soffrire amaramente per le sue scelte sbagliate, la madre non ne tiene conto. La madre non riesce a ricordare le offese, dimenticandole subito, come le doglie del parto, «per la grande gioia che è venuto al mondo una nuova creatura» (Gv 16, 21).
Raccogliti ora un momento per ricordare un’occasione in cui hai sperimentato una tenerezza grande verso qualcuno; un episodio in cui hai provato, come dice il Papa, «un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e indulgenza». Nei confronti di chi l’hai provato? Quali circostanze hanno indotto a questo forte sentimento di compassione?
Ecco, Dio prova questo e infinitamente di più per noi, sempre. A noi viene dato qualche rara volta come dono, e lo sentiamo con molta meno intensità di come Lui lo sente per noi in ogni momento. Proviamo tenerezza più facilmente verso un bambino o un anziano, magari verso quello che ci sembra più debole e indifeso. Spesso i figli ci fanno tenerezza proprio quando sono più impacciati, in difficoltà, e così ci sentiamo spinti verso di loro per proteggerli, amarli, per comunicare la bellezza che noi intravediamo in loro. Ecco, Dio vede la nostra bellezza proprio quando noi la vediamo di meno. Dio corre ad innalzarci proprio quando noi cadiamo.
Ritornando alla nostra citazione del Siracide, troviamo che accanto alla madre che dà la vita, c’è anche l’amico che è medicina per la vita. L’amicizia è un’altra esperienza vicina a noi attraverso cui riceviamo misericordia. L’amico fedele non ci lascia mai, neanche quando noi ci allontaniamo da lui. Ci lascia liberi, anche di ferirlo, e aspetta pazientemente il nostro ritorno; ci conosce nell’intimo e, pur vedendo tutte le nostre brutture e incapacità, ci accoglie e ci ama così come siamo; si prende cura di noi, specialmente quando non siamo in grado di farlo verso noi stessi. Così parla ancora il Papa della misericordia divina:

«Dio non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile … Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni» (Misericordiae Vultus, 9).

Dio dimostra la sua misericordia verso di noi attraverso migliaia di gesti concreti nella giornata. Dal sole che riscalda, dal amico che ci ha messo accanto, al collega che sorride; infiniti sono i modi attraverso cui Dio si prende cura di noi. Ha cura di noi perché si sente responsabile. Ci possiamo chiedere: io mi sento responsabile di qualcuno? Forse di mio figlio, di mio marito, dei miei genitori, o del mio amico? Sentirmi responsabile vuole dire che mi prendo a cuore quelle persone; mi interesso del loro bene e della loro felicità (eterna!); mi carico dei loro pesi; sono disponibile ad accompagnarli nel cammino, e allo stesso tempo li lascio liberi di camminare con le proprie gambe. Vorrei che fossero sempre custoditi nella grazia e nell’unione con il Signore.
Alla fine della vita arriveremo davanti all’albero della misericordia che è la Croce e il Signore ci rivolgerà la stessa domanda che ha fatto all’inizio della storia della salvezza: «Janel, dov’è _____, tuo fratello? Dov’è, _____, tua amica?». Cerchiamo fin d’ora a rispondere diversamente dal nostro predecessore Caino: «Ecco, _____, qui accanto a me. Io sono il suo custode».
Ed ecco che il Divino Medico ci dispenserà l’olio della misericordia che è veramente farmaco d’immortalità.

 

Proposito Concreto:

Individuare tre persone di cui mi sento particolarmente responsabile. Poi, abbinare ad ognuno l’atteggiamento o l’azione concreta che potrà mostrargli la mia cura, la mia misericordia.

La meditazione di questo mese è di Janel.

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