Posted On 02/04/2024

Perché dici che sbaglio?

“Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? ”
(Gv 18,23)

“Io non ho sbagliato. Perché continui a dirmi che è colpa mia? Possibile che non riesci a capire che ho ragione? Dimmi, allora: cosa ho detto di sbagliato? Avanti: dimostrami dov’è l’errore.
Non puoi dimostrarlo … è evidente, perché io ho ragione. Perciò … lasciami stare, non mi tormentare … lasciami vivere in pace. ”
A me è successo. Essere accusata ingiustamente. Accusata di aver fatto, detto, pensato, qualcosa di male; eppure avere la coscienza a posto, sicura di avere agito correttamente.
Essere accusati ingiustamente, fa male, fa molto male. Non so se l’hai mai provato. Quando constati con dolore l’impossibilità di vedere riconosciute le tue ragioni, nascono nel tuo cuore sentimenti di tristezza, rabbia, incredulità, delusione. “Perché mi percuoti?”. “Perché mi scuoi, mi tormenti?”. Questi sono i termini che traducono il verbo greco δέρω, nel versetto di Giovanni.
Quando ti dicono che sei stato tu a parlare male di quel collega, a passargli avanti, rubandogli la promozione; quando ti deridono perché credi in Dio e “magari vai pure in parrocchia …” e giù scherni, battute sui preti, sul Papa, sulla Chiesa. Oppure quando … Quando? Aggiungi il tuo “quando”: quando ti sei sentito perseguitato ingiustamente, da chi e perché? Cosa hai provato?
Spesso in questi casi ci si chiude in se stessi o si tramano sottili vendette. Non si sopporta proprio di essere accusati ingiustamente. Non lo si accetta. Si prova rabbia, frustrazione, tristezza.
Osserviamo ora Gesù. Cosa fa quando viene schiaffeggiato dalla guardia? Lui, il puro dei puri, il Santo dei Santi, il più prefetto tra gli uomini, la seconda persona della Trinità … schiaffeggiato, insultato, non capito, ripudiato, calunniato, bestemmiato … e che più … E’ l’ingiustizia delle ingiustizie. L’ingiustizia somma! Lui agisce in modo molto particolare: chiede spiegazioni al soldato: “Se ho parlato male, dimmi: dove pensi che io abbia sbagliato?”. Ovviamente Lui sa di non aver sbagliato, è chiaro. Perché allora interroga la guardia? Perché a Gesù interessa quel fratello, vuole entrare in relazione con lui; gli vuole dare la possibilità di ripensare al suo atto di violenza, di scoprirne le cause, la radice di quel male che ha dentro e che lo ha portato ad agire così. Non lo condanna, non lo colpevolizza; lo aiuta invece a mettersi davanti a se stesso, lo invita ad una introspezione, a chiedersi: “Perché ho agito così? Forse per farmi bello davanti al sommo sacerdote? Per far vedere agli altri il mio coraggio? O magari me la sto prendendo con il più debole per vendicarmi di tutte le ingiustizie che subisco ogni giorno da parte di quelli che hanno potere su di me? Da dove mi nasce tutto questo desiderio di umiliare?” Gesù vuole bene a quest’uomo. Con quella domanda lo aiuta a prendere contatto con le sue sofferenze e con i suoi peccati, non per accusarlo ma per permettergli cambiare.
E noi? Ed io? Come posso essere agire al modo di Gesù, di fronte a chi mi perseguita?
Difficilissimo, penserai. Io ti dico: non difficilissimo … impossibile! “Agli uomini è impossibile, ma non a Dio, perché tutto è possibile a Dio”. (Mc 10,27). Vedere nel persecutore, primariamente un fratello da aiutare, non è cosa da uomini ed è per questo che solo la Grazia di Dio in noi può operare tutto questo. Il primo passo dunque che posso fare per vivere una situazione di persecuzione, è quello di chiedere a Gesù di aiutarmi a riconoscere nell’altro, un fratello amato da Lui e non un nemico. Per lui Gesù ha versato il proprio sangue, è andato a morire sulla croce. Probabilmente stento a crederlo, perché mi soffermo unicamente sullo schiaffo e sul dolore che mi provoca. Posso però provare a pregare per chi mi sta schiaffeggiando. Più o meno così:
“Signore, ti prego per questo fratello … (nome) che mi sta perseguitando. Tu lo ami, aiutami ad amarlo, a mettere da parte il mio orgoglio, il mio giudizio su di lui. Aiutalo a rientrare in se stesso, a comprendere da dove nasca in lui tutto questa ostilità, questa gelosia che ha nei miei confronti. Aiutalo tu a scoprire la verità di se stesso, per poter vivere libero e felice. Fa’ che io per lui sia strumento di amore e non di odio. Usami per aiutare lui.”
Il secondo passo che posso fare è provare a porre questa domanda a chi mi sta schernendo: “ Dove ho parlato male? Spiegami le tue ragioni. Sono disposto a mettermi in discussione. Io non sono infallibile, non sono Dio, per cui posso aver detto, fatto o non fatto qualche cosa che ti ha ferito, anche inconsapevolmente. Aiutami a guardarmi dentro.”
Il mio fratello diventa così per me, strumento di verità.
Può accadere però che l’altra persona non sia disposta ad accettare il confronto diretto con me.
In questo caso è bene mettermi direttamente davanti a Gesù e chiedere a lui, con il cuore aperto, di farmi comprendere se e dove ho commesso degli errori: “Cosa avrei potuto evitare? Come avrei potuto agire?”. Se poi il mio cuore non mi rimprovera nulla, domando a Dio il dono della accettazione e il dono dell’offerta. Questo è il terzo passo: “Signore, accetto questa sofferenza che sto vivendo e la offro a te; fa’ che unendola alla tua, possa essere strumento di salvezza per il mondo.” Soffrire la persecuzione, dunque, non è inutile.

Salvifici Doloris n. 18 “ L’umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo e contemporaneamente essa è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all’amore … quell’amore che crea il bene ricavandolo anche dal male, (perché Gesù è risorto!) ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo della redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di Cristo … (che) è diventata sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva.”

Così come Gesù, attraverso la sua morte e Resurrezione ha salvato il mondo, anche io, unito a Lui, se offro al mia sofferenza per qualcuno, porto attraverso la mia offerta, una resurrezione nella vita di quella persona. Ecco un esempio che ci dà Santa Teresina:
Un giorno una consorella, vedendo le grandi sofferenze che le causava il camminare, le chiese perché facesse tutta quella fatica, che le procurava più sofferenze che sollievo. Ella rispose: “Sa sorella, sto pensando che forse proprio in questo momento un missionario in un paese lontano si sente molto stanco e scoraggiato; perciò, offro le mie fatiche per lui”.

PROPOSITO CONCRETO:
Provo a pensare a tutte quelle volte che mi sono sentito perseguitato nella mia vita: ripenso alle persone che mi hanno procurato sofferenza e chiedo a Gesù di mostrarmi quale di questi tre passi sono chiamato a vivere in questo prossimo mese.

La meditazione di questo mese è di Simona Panico

Post Correlati

Amicizia con|nel Signore

Amicizia con|nel Signore

«Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto...