Posted On 03/03/2016

Portare il misero nel cuore

Continuiamo a riflettere sulle opere di misericordia spirituale: consolare gli afflittiperdonare le offesesopportare pazientemente le persone molestepregare Dio per i vivi e per i morti

«Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi! Quante ferite sono impresse nella carne di tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell’indifferenza dei popoli ricchi. In questo Giubileo ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta. […] Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità» (Misericordiae Vultus, 15).

Le opere di misericordia prima ancora di metterci in moto nel compiere atti concreti, ci risvegliano alla realtà di miseria e dolore dei nostri fratelli e sorelle. Misericordia nella sua radice latina mette insieme la parola miseria e la parola cuore e significa miseria sollevata e gentilmente portata vicina al cuore, per amore dell’altro. Per sollevare tale miseria, però, è necessario prima di tutto riconoscerla, vederla ed essere mossi a compassione.

In altre parole, è necessario che i nostri cuori battano all’unisono con il Cuore di Gesù.

«Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati» (Mt 14,14).

«Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Mt 9,36).

Questa è una grazia da chiedere, non qualcosa che otteniamo con i nostri soli sforzi. «Gesù, dammi il tuo cuore; dammi i tuoi occhi per vedere i miei fratelli e le mie sorelle come li vedi tu».

Abbiamo bisogno di questa grazia specialmente quando si tratta delle opere di misericordia spirituale. Se infatti è facile vedere le ferite nel corpo dei malati, facciamo fatica però a riconoscere le ferite dell’anima, della psiche, delle relazioni.

Tipicamente non perdiamo la pazienza con una persona sulla sedia a rotelle perché non si muove abbastanza velocemente o perché non può correre. Ma che dire della paralisi del cuore che rende difficile al mio prossimo essere gentile e generoso e ne fa una persona non facile da trattare? E non facciamo tutti fatica a riconoscere che ci sono ferite alla radice di ciò che quella persona ci ha fatto, ferendoci o offendendoci?

Perdonare le offese e sopportare pazientemente le persone moleste sono opere di misericordia che ci coinvolgono in un modo profondo e personale, perché di fronte all’ingiustizia ricevuta le nostre ferite tendono ad avere la precedenza e l’altra persona ai nostri occhi diventa semplicemente un nemico, non qualcuno altrettanto immerso nella miseria e nel dolore quanto noi.

Che fare? Abbiamo bisogno di rivolgerci prima di tutto al Padre per lasciarci stupire ancora una volta, nel caso ce ne fossimo scordati, dal suo continuo perdono e dalla sua pazienza nell’accoglierci anche quando siamo difficili da trattare.

È un esercizio di umiltà, ma è proprio lì, nel suo cuore, che possiamo ricevere ciò che altrimenti non potremmo dare agli altri. Le opere di misericordia non partono da noi; esse trovano la loro origine in Dio e noi siamo semplicemente dei canali; possiamo dare solo ciò che a nostra volta riceviamo.

«Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2 Cor 1,3-4).

Il perdono che possiamo dare, la pazienza con cui sopportare le persone difficili, la gentilezza con cui possiamo consolare gli afflitti invece di scappare da loro perché sono tristi o perché non sappiamo come risolvere i loro problemi: queste sono la medicina della misericordia che il Dio che guarisce mette nelle nostre mani cosicché possiamo partecipare alla sua opera di salvezza.

«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).

È un cammino per tutti e dobbiamo portare pazienza con noi stessi. La difficoltà e la resistenza che incontriamo sono spesso un segno delle nostre stesse ferite, della nostra debolezza. Non dobbiamo scappare e nasconderci da Dio perché non ci sentiamo buoni; portiamo invece la nostra miseria al suo cuore per sperimentare la sua misericordia e la sua guarigione. Così facendo scopriremo che i nostri cuori traboccano di ciò che stanno ricevendo. Anche se adesso non sembro capace di dire le parole: «Ti perdono», posso comunque chiedere a Dio la volontà di perdonare e posso pregare per gli altri, per i vivi e i morti, ponendo sia me stesso che loro sotto la cura di un Padre che desidera che i suoi figli siano uniti e che manterrà la sua promessa di pace e di riconciliazione.

Suggerimenti per un proposito concreto:

  • Chiedere la grazia al Signore di donarci la volontà di perdonare qualcuno che ci ha ferito
  • Fare qualcosa di concreto per far sentire la nostra vicinanza ad una persona che sta attraversando un momento difficile
  • Pregare la Coroncina della Divina Misericordia per i vivi e i morti
  • Scegliere di rispondere con gentilezza e pazienza ad una persona molesta, evitando di parlarne male con altri

 

La meditazione di questo mese è di Celestina.

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