“Ho pensato di prendere il nome di Leone XIV per varie ragioni, ma principalmente perché Leone XIII, con la sua enciclica Rerum Novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale. Oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”.
Così ha detto il Cardinale Robert Francis Prevost il giorno dopo la sua elezione a Papa. La dignità della persona è ancora una volta al centro della preoccupazione della Chiesa, come lo è stato per Cristo — il rivoluzionario per eccellenza — e come era già, molti secoli prima, nel pensiero dei profeti. Tra questi spicca Amos che, nell’VIII secolo a.C., con voce squillante e a tratti persino violenta, denuncia le ingiustizie sociali e il formalismo religioso.
La parola “profeta” deriva dal greco antico προφήτης (prophetes), composto da pro- (“davanti”, “al posto di”) e phemi(“parlare”). I profeti, dunque, parlano al popolo nel nome di Dio, ma intuiscono anche prima degli altri il Suo disegno, comunicandolo con un linguaggio impastato della loro stessa umanità. Il messaggio di Amos è più che mai moderno e continua a parlare anche a noi.
Ma chi era l’uomo Amos? Egli proveniva da Tekoa, una cittadina del regno di Giuda, e non era un profeta “di professione”, come egli stesso dichiara: “Non ero profeta né figlio di profeta; ero un pastore e raccoglitore di sicomori” (Amos 7,14). La sua vocazione non è un titolo ereditario né una scelta autonoma, ma una chiamata carismatica a cui non può resistere: “Il Signore Dio ha parlato, chi può non profetare?” (Amos 3,8).
Amos si esprime con immagini proprie di chi vive a contatto con la natura: “Il Signore ruggisce da Sion…” (Amos 1,2); “Il Signore Dio mi chiese: ‘Che cosa vedi, Amos?’. Io risposi: ‘Un canestro di frutta matura’. Il Signore mi disse: ‘È maturata la fine per il mio popolo, Israele…’” (Amos 8,2); “Ecco, vi farò affondare nella terra, come affonda un carro quando è tutto carico di covoni” (Amos 2,13).
L’annuncio di Amos è diretto soprattutto ai ricchi che opprimono i poveri: “Hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali” (Amos 2,6). Egli indirizza il suo messaggio anche alle élite religiose che nascondono, dietro riti e sacrifici, l’indifferenza verso il diritto e la misericordia: “Su vesti prese in pegno si stendono presso ogni altare” (Amos 2,8). In uno dei suoi versetti più noti, grida: “Via da me il rumore dei tuoi canti! Ma scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne!” (Amos 5,23-24). In Amos, la religione non è un insieme di gesti sacri, ma una pratica concreta di equità, verità e solidarietà.
Sebbene il tono del libro sia in gran parte di condanna, l’ultima parte si apre alla speranza: «Quel giorno io rialzerò la capanna di Davide che è caduta, ne riparerò i danni, ne rialzerò le rovine…» (Amos 9,11). C’è una promessa di ricostruzione e di un futuro di pace per un “resto” fedele. Questo finale mostra che, anche nel giudizio, il Dio di Amos non rinuncia al suo popolo, ma lo richiama a una conversione autentica.
Amos resta il profeta che più di ogni altro lega Dio alla giustizia concreta, testimone di una fede che non può essere disgiunta dall’attenzione ai poveri.
I santi hanno sempre vissuto questo legame tra vita interiore e carità. Mi viene in mente, per esempio, il celebre cappello del medico e scienziato Giuseppe Moscati, posto nell’atrio del suo studio con il cartello: “Chi ha, metta; chi non ha, prenda”. Non era solo un gesto di elemosina, era un sistema di redistribuzione.
Moscati è una figura che affascina per la sua sensibilità alla sofferenza e l’amore per la Verità. Egli viveva un’intensa intimità con Dio, senza mai separare la preghiera e l’Eucaristia dal camice bianco. Signore, anche noi vogliamo conoscere e vivere la nostra missione con amore e coerenza. Aiutaci tu!
Per la riflessione:
Anche io, come Amos, sono chiamato/a a “profetare”. Come percepisco la chiamata del Signore nel mio quotidiano? Ho l’orecchio attento? Come rispondo?
- In che misura i valori che porto nella preghiera trovano riscontro concreto nelle mie scelte quotidiane? Esistono dinamiche nelle mie relazioni (famiglia, lavoro, amicizia) in cui sto agendo in modo parziale o poco onesto?
- Questo mese, Signore, con il tuo aiuto vorrei essere più attento a ciò che sussurri al mio cuore.
- Vorrei concentrarmi specialmente nel migliorare quella relazione in cui fatico ad agire con “giustizia”:nello specifico, riuscendo a offrire rispetto, perdono, compassione e comprensione a chi mi è più difficile amare.
La meditazione di questo mese è di Loredana Mazzei.




