Posted On 08/05/2023

Quanto pesano le lacrime?

“… le mie lacrime nell’otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro?” ( Salmo 56,9)

Hai mai provato a raccogliere le tue lacrime? A metterle in un bicchiere e a pesarle sulla bilancia?

Chissà quanto pesano le lacrime …

Io le mie lacrime non le ho mai pesate e nemmeno quelle degli altri; perché il peso del dolore è troppo grande per essere raccolto e misurato.

Io le lacrime le lascio andare, sperando che non tornino più. Non mi piace sentire in bocca il sale del dolore. Spesso vorrei trattenerle per la vergogna, ma esse escono prepotentemente, senza chiedermi il permesso. Mi mettono a nudo, improvvisamente … così, di fronte a tutti, senza pudore.

Preferirei, a volte, non dovermi asciugare gli occhi davanti agli altri, i quali spesso s’imbarazzano e stornano lo sguardo perché non sanno cosa dire, come aiutarmi … oppure, infastiditi, tagliano corto.

Ma tu, Spirito Santo fai qualcosa di straordinario: non solo non ti imbarazzi e non scappi di fronte al mio dolore, ma raccogli le mie lacrime in un otre, che ben le protegge dalla calura e dal gelo.

Le porti con te sulle spalle, come fossero un tesoro prezioso. Ascolti la storia di ciascuna, scrivendola pazientemente sul tuo libro. Ti annoti come, quando e perché è uscita dai miei occhi, a quale ora, in quale giorno e in quale anno; quale dolore l’ha fatta scorrere sul mio viso, quale fatica l’ha versata, quale incomprensione l’ha ferita. Allora io so che sono amata perché c’è Qualcuno che non ha paura di custodire tutto di me, non teme e non schiva neppure il mio pianto; Qualcuno nei confronti del quale non devo mostrarmi forte e impeccabile. Posso essere tutto quello che sono e proprio per questo, essere amata, senza vergognarmi di essere fragile come un vaso di creta.

Lo Spirito Santo compie un passo ulteriore. Nel miracolo dell’amore mi dona “nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto.” Non si accontenta di custodire le mie lacrime, di contarle, di annotarle nel suo libro, ma corre premuroso a confortarmi, a mettere al riparo le mie ferite.

Come può compiere tutto questo per me?

– C’è da dire che a volte, quando siamo feriti, o presi dallo sconforto, più che lacrime di dolore piangiamo lacrime di rabbia, pensando: “Mi ha ferito? Ora pagherà il male che mi ha fatto. Con il mio silenzio, con i miei rifiuti, con la mia indifferenza.”  Questo atteggiamento possiamo averlo anche nei confronti di Dio: “Non mi hai esaudito? Mi lasci soffrire? Non mi fai trovare il posto di lavoro, un fidanzato, una casa?  Allora io mi allontano da te con rabbia. Non prego più, non mi confesso, non ricevo l’Eucarestia …”.  Il cuore rabbioso si chiude in questo modo ad ogni tipo di consolazione, anche a quella dello Spirito Santo. Non vuole dunque riposo; cerca solo vendetta e modi per risolvere le situazioni dolorose con strategie prettamente umane: “Ce la farò con le mie sole forze.”.

Lo Spirito diventa invece riparo per me, nel momento in cui non cerco più di “farmi giustizia” da sola. Come posso essere sicura che l’amica che mi ha abbandonato l’abbia fatto perché mi vuole fare volontariamente del male? Come posso sapere cosa abita nel suo cuore in questo momento? Potrebbe lei stessa essere ferita e provata; potrebbe essere confusa e non essere consapevole della gravità dei suoi gesti. Affido dunque la mia causa a Lui, al Paraclito, al Difensore, a Colui che giudica con rettitudine. Lo Spirito allora infonde in me pazienza, calma; mi insegna a non aver fretta di dare un giudizio definitivo su di me e sugli altri. A non dire: “Questa persona è così e non cambierà mai”. “ Io sono così e lo rimarrò per sempre.”

Affinché tutto questo possa accadere, dobbiamo ritagliarci un po’ di tempo per poter ascoltare la voce dello Spirito Santo: una preghiera frettolosa di pochi minuti al giorno, ritagliata tra un messaggio whatsapp e l’altro, non aiuta a scendere nella profondità del nostro cuore e ad incontrare lo Spirito che vi abita.

Un’altra esperienza che ho fatto nella mia vita è che lo Spirito Santo parla anche attraverso le persone che mi vogliono bene e che pazientemente compiono un’opera di misericordia nei miei confronti: “… piangete con quelli che sono nel pianto.” (Rm 8,35). Persone che sanno com-patire, raccogliere le mie lacrime come bene prezioso, senza sbarazzarsene velocemente per evitare il disagio o il fastidio di o l’imbarazzo, e senza considerarle una “bambinata”.

Questa necessità di consolazione, che avverto oggi in maniera straordinariamente concreta e pressante, non può essere più relegata … a istanza psicologica individuale. Non è solo questo, non è più una spiegazione sufficiente. Un bambino certamente si consola, si può e si deve consolare. Un adulto più o meno deve cavarsela da solo (o al massimo entrare in terapia), perché si suppone abbia maturato gli strumenti interni per affrontare i momenti difficili.” (Marco Castellani)

Non sempre però abbiamo tutti gli strumenti, anche se abbiamo trenta o cinquanta anni … E non basta relegare allo psicologo un compito più profondo che il Signore mi affida.

Io stessa posso essere lo strumento dello Spirito Santo, che desidera in questo momento raccogliere le lacrime di chi mi sta davanti.  Sono disponibile a riempire il mio otre?

 

 “Così racconta una delle più grandi pianiste russe del Novecento, nonché insegnante: «Nel mio gruppo c’era un “attaccabrighe”, un ragazzino di otto-nove anni praticamente senza famiglia … Si chiamava Akinfa; era indisponente, stuzzicava tutti, prendeva in giro i bambini … si azzuffava e così via. Noi tutti cercavamo di esortarlo con la parola e con l’esempio. Ma una volta Akinfa passò tutti i limiti: picchiò uno dei compagni, prese a male parole gli adulti, commise un piccolo furto. Fu “decretata” la sua espulsione, ma quando venne il momento di eseguire la “condanna” – il momento del distacco – io, non so come, scoppiai a piangere».

È a questo punto che avviene la “seconda nascita” di Akinfa: «Scoppiò a piangere anche lui; chiese perdono a tutti, rese la refurtiva … e spiegava a tutti che “in vita sua” (!) non aveva mai visto una maestra che piangesse per il suo alunno: che piangesse, per dirla con le sue parole, “sull’anima e sulla vita” di un monello. Proprio questo era il senso del suo stupore e del desiderio di rimettersi sulla buona strada».

La maestra piange per il suo ragazzo, che solo a quel punto percepisce come la sua vita sia amata, voluta, accolta … Una maestra piange per il suo alunno e lo salva, più che col buon esempio e le parole. Manifesta che quel ragazzo è un dono, le appartiene, ne è responsabile.

(Rubrica “Per chi suona la campanella“, marzo 2011)

 

PROPOSITO CONCRETO:

 

  1. Cercherò di consegnare allo Spirito Santo tutte le mie lacrime, le mie sofferenze, le incomprensioni, le derisioni, i giudizi negativi su di me; la mia solitudine, la mia malattia fisica, tutto ciò che non comprendo della mia vita … Potrò fare questo la sera, al termine della giornata e pensare fisicamente di depositare tutto quello che ho nel cuore con fiducia, nell’otre dello Spirito Santo, che lo custodirà e si prenderà cura di me.

 

  1. Mi prenderò cura delle lacrime degli altri: mi fermerò ad ascoltare, senza giudicare, senza avere fretta di dare consigli. Chiuderò il telefono, mi siederò e accoglierò con amore tutto quello che mi verrà consegnato, per poi depositarlo nella preghiera, nell’otre dello Spirito Santo. Chiederò a Lui le parole o i silenzi che potranno consolare l’altro, con la consolazione che viene da Lui.

La meditazione di questo mese è di Simona Panico

 

 

 

 

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