1Pt 3,13-17
E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene?
E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi!
Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia, questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
È meglio, infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male.
Questo brano è tratto dalla prima lettera di S. Pietro apostolo.
Pietro era consapevole delle persecuzioni che stavano subendo i primi cristiani dispersi in diverse province dell’Asia Minore (Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia) e li vuole incoraggiare.
Inizia la lettera lodando Dio per la grande misericordia che ha portato alla nuova nascita dei credenti in una speranza viva attraverso la resurrezione di Gesù Cristo.
Sottolinea l’eredità incorruttibile e duratura che attende i credenti in cielo.
Afferma che, anche se devono affrontare prove e sofferenze temporanee, queste servono a purificare la loro fede, che è più preziosa dell’oro.
Esorta i credenti a vivere una vita santa e a obbedire a Dio, in quanto sono stati riscattati non con cose corruttibili, ma con il prezioso sangue di Cristo.
I versetti che abbiamo citato costituiscono il cuore della prima lettera di Pietro. Per Pietro è essenziale essere ferventi nel fare il bene e dare testimonianza. La testimonianza poi, ha la forza di suscitare le domande in quanti guardano i cristiani, e questi sono chiamati ad essere pronti a dare ragione della loro speranza, ma con dolcezza e rispetto.
Se infatti siamo arroganti nel presentare la nostra fede facciamo autogoal.
Sono sempre stata affascinata dai martiri perché il loro dare la vita per Cristo davvero rende ragione della speranza che è in loro.
Il martire vive in pienezza quanto stiamo meditando: egli preferisce soffrire operando il bene e quindi evangelizza con dolcezza e rispetto.
Quest’anno con la mia comunità siamo andate a visitare la basilica di Santa Cecilia. Sono affezionata a questa basilica perché i miei genitori si sono sposati qui e hanno chiamato la loro prima figlia, morta solo a 4 mesi, proprio Cecilia.
In questa basilica c’è un’opera d’arte bellissima, la statua del Maderno di Santa Cecilia.
Facciamo un passo indietro. Chi era Cecilia? Era una nobile romana vissuta a cavallo del II-III secolo. Nonostante il proposito di castità da lei espresso al Signore, Cecilia andò sposa, mediante un matrimonio combinato, ad un nobile di nome Valeriano. Si narra che il giorno delle nozze nella casa di Cecilia risuonassero organi e lieti canti con i quali Cecilia esprimeva al Signore il suo amore indiviso. Da questa circostanza particolare si è iniziato a considerare Cecilia patrona della musica, dei musicisti e dei cantanti.
Confidato allo sposo il suo voto, egli si convertì al Cristianesimo e nella prima notte di nozze ricevette il battesimo per mano del pontefice Urbano I.
Ormai credente convinto, Valeriano pregò che anche il fratello Tiburzio ricevesse la stessa grazia, e così fu.
Il giudice Almachio aveva proibito, tra le altre cose, di seppellire i cadaveri dei cristiani, ma i due fratelli convertiti alla fede si dedicavano alla sepoltura di tutti i poveri corpi che incontravano lungo la loro strada.
Vennero così arrestati e dovettero sopportare atroci torture piuttosto che rinnegare Dio e vennero poi decapitati. Cecilia pregò sulla tomba del marito e poco dopo venne chiamata davanti al giudice Almachio che ne ordinò la morte per bruciatura. Si narra però che “la Santa invece di morire cantava lodi al Signore”. Convertita la pena per asfissia, in morte per decapitazione, il carnefice vibrò i tre colpi legali (era il “contratto” dei boia per ogni uccisione) ma Cecilia non morì, restando agonizzante per tre giorni. Non potendo più parlare si narra che testimoniò la sua fede nell’unico e trino Dio con le sue mani.
Fu papa Urbano I, sua guida spirituale, a renderle la degna sepoltura nelle catacombe di San Callisto. Nell’821 le sue spoglie furono traslate da papa Pasquale I nella basilica di Santa Cecilia in Trastevere. Nel 1599, durante i restauri della basilica, ordinati dal cardinale Paolo Emilio Sfondrati in occasione dell’imminente giubileo del 1600, venne ritrovato un sarcofago con il corpo di Cecilia incorrotto ed emanante profumo di gigli e di rose.
Il cardinale allora commissionò a Stefano Maderno una statua che riproducesse quanto più fedelmente l’aspetto e la posizione del corpo di Cecilia così com’era stato ritrovato : la testa girata per la decapitazione, tre dita della mano destra a indicare la Trinità, un dito della sinistra a indicare Dio. Questa è la statua che oggi si trova sotto l’altare centrale della chiesa.
È un vero capolavoro, un’opera classica, un’opera , cioè, che parla a tutti gli uomini di tutti i tempi.
La calma, la serenità, la dolcezza e nello stesso tempo la forza, la fede, la speranza di Cecilia, sono palesemente visibili.
La speranza di Cecilia non consisteva nel pensare che mai le sarebbe successo niente! No, la speranza cristiana non è infatti questo, non è credere che tutto andrà bene, che non ci saranno guai, sofferenze e persecuzioni. No, la speranza cristiana consiste nel credere con fermezza che Dio è con noi, è credere nell’intervento potente di Dio nella nostra vita, e questo cambia tutto! Quando vedi situazioni della tua vita andare di male in peggio, non disperare! Quando non vedi una via d’uscita ai tuoi numerosi problemi, quando sei assillata da pensieri e preoccupazioni, spera, spera nel Signore! Il suo intervento è certo e la sua Provvidenza è garantita. Si tratta di rivolgerti a Lui con fede e di attendere.
La speranza cristiana si fonda sulla fede in Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre. Lui ci dice che ha vinto il mondo e che è con noi tutti i giorni fino alla fine dei tempi. Questo Cecilia ha creduto fermamente, ha sperato contro ogni speranza e ha amato con tutta la sua persona, anima e corpo.
Proposito concreto:
Durante questo mese cercherò di dare testimonianza della mia speranza prima di tutto con la vita e con le opere e poi con le parole.
Mi impegnerò a non usare mai espressioni irrispettose e cercherò sempre di parlare con calma senza alzare la voce.
Voglio che la dolcezza caratterizzi il mio modo di relazionarmi con gli altri.
La meditazione di questo mese è di Tiziana Mazzei.




