Posted On 04/12/2014

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by Ruth Kuefler

Un Amore che non lascia indifferenti

Giuseppe mi fissa con gli occhi perplessi, lo sguardo un po’ triste. «Mio nonno è morto il mese scorso, e adesso vedo mia mamma sempre depressa. Come si fa a credere in Dio quando c’è questa sofferenza?».

Non avevo intenzione di parlare di Daniela quel giorno, ma alla fine non trovavo modo migliore di testimoniare ai ragazzi di questa scuola superiore la vera gioia e il senso della vita. «Sapete che una delle persone più felici e realizzate che io abbia mai conosciuto è stata una ragazza malata di cancro?».

Mentre descrivevo il sorriso, la gioia, e la bellezza di questa mia amica e compagna di classe, che è morta a soli 34 anni, vedevo che alcuni ragazzi nell’aula avevano gli occhi lucidi. «Non ho per voi delle risposte facili. Ma io so che si può essere veramente felici nonostante la sofferenza, perché ho visto in Daniela una gioia vera, che veniva dal suo rapporto con Gesù, questo Dio che ci ama così tanto che ha sofferto come noi, è morto per noi, per dare senso al nostro dolore».

La vita di Daniela mi insegna tante cose, perché trovo in lei una testimonianza cristiana che incarna tanti dei valori a cui ci richiama Papa Francesco nella sua esortazione all’evangelizzazione. Prima di tutto, Daniela mi ha fatto capire ancora una volta quanto è importante e imprescindibile l’incontro personale, perché la nostra prima testimonianza del vangelo è il modo in cui ci relazioniamo con gli altri. L’Evangelii Gaudium parla del fatto che oggi «si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro» (54). Questa indifferenza non esiste soltanto al livello di conflitti mondiali e problemi economici, ma è una tentazione che può entrare anche negli ambienti della nostra vita quotidiana: il lavoro, la scuola, la famiglia. Dire «no» all’indifferenza vuol dire chiedere al mio compagno di banco come sta, vuol dire passare del tempo con mia figlia per ascoltare le sue paure e le sue sfide, vuol dire scrivere due righe a quel collega che ha appena perso il papà.

«Il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo» (88). Non mi dimenticherò mai l’esempio che mi ha fatto Daniela in questo contatto vero con gli altri. Era sempre attenta, salutava tutti, comunicava pace a gioia in ogni suo gesto. Come testimonia un nostro compagno di classe che la conosceva:

I suoi occhi mi abbracciavano in modo famigliare, e mi dava un bel sorriso ogni volta che noi ci incontravamo; mi aiutava a capire le lezioni e i concetti che non riuscivo a capire, con tanta pazienza. Sentivo che non ero uno straniero ma una persona come le altre; con lei non c’era la differenza del colore della pelle, della cultura, dell’età. In lei non c’era la chiusura in sé ma aveva un cuore spalancato a tutti.

Ognuno di noi ha bisogno di essere evangelizzato in questo senso, di ricevere ancora una volta quella buona notizia che la nostra vita è preziosa perché Dio ci ama e ci ha salvati. Anche un solo sguardo di amore, una sola parola di incoraggiamento, può portare un frammento della Parola di Dio nella vita degli altri. Vivere fino in fondo questa “cultura dell’incontro” riempirà noi stessi di gioia e di vita, perché «acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!» (274).

Un altro valore che la vita di Daniela incarna per me è che non si può pensare di evangelizzare senza offrire e intercedere per i nostri fratelli. Nella Sacra Scrittura troviamo anche l’esempio di S. Paolo, che portava nella preghiera con tanto ardore le anime affidategli: «Sempre, quando prego per voi, lo faccio con gioia … perché vi porto nel cuore» (Fil 1,4.7). Questa “forza missionaria dell’intercessione” è molto importante. Ma non basta la sola preghiera, perché Dio ci chiede l’offerta totale di noi stessi. Gesù ci dà un’immagine molto forte: «In verità, in verità, vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Daniela ha offerto anche la sua morte fisica ad un’età giovane, e ho già visto tante persone che hanno incontrato il Signore grazie alla sua vita. Non a tutti è chiesto un sacrificio di questo tipo, ma tuttavia, per generare vita spirituale, noi tutti dobbiamo morire al nostro egoismo, ai nostri schemi, alle nostre paure, alla nostra chiusura.

Questa dinamica di morte e vita ci porta al cuore della nostra identità di cristiani, cioè, Gesù Cristo nel suo mistero pasquale, che è allo stesso tempo lo scandalo più grande e la consolazione più forte che possiamo testimoniare al mondo. Mi ricordo come se fosse ieri il funerale di Daniela. Mentre mi avvicinavo all’altare per ricevere la Comunione, non riuscivo a trattenere le lacrime. In quel momento, più che mai nella mia vita, ho sperimentato con profonda certezza la verità della nostra fede. Perché davanti alla morte, davanti alla sofferenza umana, davanti alla perdita delle persone a cui si vuole bene, si può trovare senso solo nella croce, nella morte, e nella risurrezione di Gesù.

Come ci ricorda L’Evangelii Gaudium: «Cristo risorto e glorioso è la sorgente profonda della nostra speranza … Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione … e ogni evangelizzatore è uno strumento di tale dinamismo» (275-276). Poi continua il Papa, «Poiché non sempre vediamo questi germogli, abbiamo bisogno di una certezza interiore, cioè della convinzione che Dio può agire in qualsiasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti, perché abbiamo questo tesoro in vasi di creta. Questa certezza è quello che si chiama “senso del mistero”» (279). Dobbiamo sempre tornare a questa sorgente del mistero pasquale, perché «se Cristo non è risorto, vuota è la nostra predicazione» (1 Cor 15,14). Quest’esperienza paradossale della croce che sconfigge la morte ci ricorda che come cristiani, non possiamo evangelizzare cercando di dare delle risposte facili, ma che attraverso l’incontro personale possiamo testimoniare un Amore così grande che non ci lascia indifferenti.

 La meditazione di questo mese è di Ruth

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