Posted On 30/01/2016

Ventiquattr’ore per il Signore

Ricordo l’attesa fuori alla porta della stanzetta dove il sacerdote stava confessando uno dei miei compagni di classe in terza elementare; era il giorno della mia prima confessione ed ero un po’ nervosa; continuavo a ripetere nella mia testa quell’unico peccato che era sulla mia “lista” e che mi ero preparata. Quando finalmente la porta si aprì, entrai e mi sedetti davanti al sacerdote che mi accolse con un sorriso paterno; incoraggiata dal suo atteggiamento, dissi tutto d’un fiato il mio peccato e alzai lo sguardo per vedere la sua reazione; anche lui mi guardò e mi disse gentilmente: «Tutto qui? Non hai nient’altro da confessare?»

«Tutto qui?» Non so esprimere esattamente cosa provai dentro in quel momento: forse la paura di non aver fatto bene il mio “compito”, come se si trattasse di un compito per la scuola? E quando il sacerdote iniziò a farmi domande per aiutarmi ad allungare la mia “lista”, entrai ancora di più in confusione perché non sapevo cosa rispondere alle sue domande … forse sì, forse no?

Ciò che mi consolò alla fine, fu che anche io ricevetti l’assoluzione e alzandomi dalla sedia con un sorriso, uscii risollevata.

Dopo più di trent’anni da quel giorno, mi viene da sorridere al pensiero che in fondo non sono così cambiata; per qualche motivo il sacramento della riconciliazione è per me ancora un esame più che un incontro con la misericordia di Dio.

Dopo tanti anni di pratica e soprattutto dopo tanti anni (per la precisione 23) spesi ad aiutare le persone a vedere la bellezza del sacramento dove possiamo incontrare un Padre che ci abbraccia nel suo perdono, ancora ho lo stesso nodo allo stomaco, la stessa paura di non aver fatto bene il mio “compito”, la paura inconscia di essere rimproverata perché non ho abbastanza peccati.

Ma ciò che mi fa tornare sempre alla porta di quel confessionale, è la speranza di essere accolta così come sono e la gioia di sentire ancora che le parole dell’assoluzione sono anche per me. È la certezza di dare una gioia al mio Sposo che vuole donarmi ancora una volta il pegno del suo Amore, quel Sangue sparso per me sulla Croce così che io possa riprendere il cammino con più energia e confidenza.

È la gioia di avere un’altra possibilità, di sapere che il limite che sperimento dentro, non ha l’ultima parola sulla mia vita e che Dio ha un’infinita fiducia in me.

È la gioia di poter riparare al male che i miei peccati, come colpi di scure contro il tronco di un albero secolare, inferiscono al Corpo mistico di Cristo che è la comunità dei credenti.

Quest’anno Papa Francesco ci ha invitati tutti ancora una volta a prendere parte alla veglia di preghiera di 24 ore che si terrà in ogni diocesi del mondo il 4 e il 5 marzo e che prevedrà la possibilità di accostarsi al sacramento della riconciliazione.

Quale occasione migliore di questa per poter rivivere insieme come Chiesa unita attorno alla propria guida, il nostro Papa, la possibilità di sperimentare un Dio che è stato, è e sarà sempre Padre e vuole farsi vicino a noi e toccarci con la sua carezza. Non è un Padre con la mano alzata pronta a colpire il peccatore, quello che Gesù ci ha rivelato nei Vangeli. È un Padre che, come dice il Papa, «stringe a sé quel figlio pentito della famosa parabola che ritorna a casa, ed esprime la gioia per averlo ritrovato». Un Dio che «non si stanca di andare anche verso l’altro figlio rimasto fuori e incapace di gioire, per spiegargli che il suo giudizio severo è ingiusto, e non ha senso dinanzi alla misericordia del Padre che non ha confine».

E se ci viene da chiedere come è possibile che Dio si faccia vicino, o ci possa parlare, accogliere, ascoltare e perdonare, dobbiamo ricordarci che il sacerdote è chiamato a fare questo per noi. Il Papa stesso invita ogni sacerdote ad essere un «vero segno della Misericordia del Padre». Pertanto, il Papa esorta, «non porrà domande impertinenti, ma come il padre della parabola interromperà il discorso preparato dal figlio prodigo, perché saprà cogliere nel cuore di ogni penitente l’invocazione di aiuto e la richiesta di perdono».

Come per ogni evento importante nella nostra vita, prendiamone nota sul nostro calendario di famiglia e facciamo di questo 4 marzo 2016 un momento memorabile, cioè letteralmente un momento di cui fare memoria e che ricorderemo negli anni futuri, come il nostro “pellegrinaggio” personale. Pellegrinaggio a quel santuario per eccellenza che è il Cuore Misericordioso di Cristo aperto apposta per noi dall’evento della Croce in poi. Un santuario che da quasi 2000 anni ormai è rimasto aperto, ma troppo spesso poco frequentato.

Se abbiamo perduto la mappa per arrivarci e le indicazioni per prepararci al “viaggio”, seguiamo il consiglio del Papa, e per questa quaresima 2016, fermiamoci a leggere la Parola di Dio e consideriamo e discerniamo i sentieri che ci portano a quel Cuore.

Non saremo delusi.

E nel nostro dubitare se sia giusto intraprendere questo cammino o meno ci sarà di conforto sapere che se, nonostante le difficoltà, lo desideriamo almeno un poco, quell’abbraccio non ci sarà negato.

Tutto qui? Mi sentii dire quella prima volta. Sorrido e in fondo penso che adesso dopo tanti anni posso rispondere: «Sì, perché TUTTO è qui».

Le citazioni sono prese da Misericordiae Vultus n. 17

Proposito Concreto

  • Partecipo alle ventiquattrore per il Signore, sfruttando l’occasione eccezionale per invitare qualche familiare o amico che non spera più nella Misericordia.
  • Se sono incaricato di qualche gruppo o attività, mi attivo in prima persona per organizzare e promuovere le ventiquattrore per il Signore.

 

La meditazione di questo mese è di Michela.

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