Posted On 05/03/2017

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by Ruth Kuefler

«Vuoi guarire?»

Giovanni 5,1-9

Dopo questi fatti, ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici,sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.

 

Cerchiamo di metterci dentro la scena che abbiamo appena letto. Immaginiamoci intorno a questa piscina, con una folla di malati intorno: c’è il rumore dell’acqua che si muove e che mormora; così come le voci di tutte queste persone malate: vediamo qualcuno mezzo-addormentato, qualcuno che piange nel dolore. Sono tutti appiccicati i malati, e quasi non c’è spazio per muoversi, mentre la puzza dell’umanità appesantisce l’aria afosa.

 

Qui «giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici». Che cosa hanno in comune tutte queste persone? Le infermità sono varie, ma hanno tutti in comune una cosa: non si possono muovere. È tutta gente che non può camminare: o perché paralizzato, o perché non vede, o perché il dolore è troppo. Vari acciacchi, ma alla fine la loro sorte è la stessa: rimangono qui in attesa di un miracolo perché altrimenti non vanno da nessuna parte.

Forse anche noi ci sentiamo immobilizzati per qualche motivo. Mi posso chiedere: c’è qualcosa che mi impedisce di muovermi, di scegliere, di camminare dietro a Gesù? Sappiamo che per essere discepoli del Maestro, dobbiamo essere pronti a seguire, a camminare, a rischiare. Sono ferma perché il mio dolore è troppo? Non voglio camminare perché non vedo la strada davanti a me? Sono paralizzata dalla paura di cadere nuovamente?

In questa folla incontriamo un uomo, senza nome, senza età, senza descrizione. Sappiamo solo una cosa: che è malato da 38 anni. Quest’uomo anonimo si identifica con la sua malattia. Da prima che Gesù nascesse, quest’uomo sta male.

Ed ecco, in questo luogo di malattia e di tristezza, entra Gesù, e succede qualcosa di completamente inaspettato: fa una domanda che spiazzerebbe chiunque: «Vuoi guarire?». Mentre in altri racconti di guarigione, è il malato che cerca Gesù, che lo supplica, qui invece lo schema è capovolto: è Gesù che prende l’iniziativa, che chiede, che interroga e che sorprende.

Se io fossi stata nei panni di questo uomo, e se avessi sentito una domanda del genere da uno sconosciuto, sarei rimasta un po’ scocciata sinceramente. Ma ti pare che mi fai una domanda del genere?! Mi sembrerebbe ovvio il fatto che se io sono qui, vicino alla piscina, e tu vedi che sono malato,  è certo che voglio guarire!

Ma non è così scontato.

Quante volte sentiamo nel Vangelo una domanda di Gesù che tocca il desiderio dell’uomo… Cosa vuoi che io faccia per te? Vuoi guarire? Quali sono i tuoi desideri? Questo è bellissimo, perché non c’è nessuno che ci vuole liberi come Gesù. Purtroppo queste domande le abbiamo sentite così tante volte che non le ascoltiamo per davvero; anzi, in certi ambienti c’è quasi la nausea di parlare dei desideri, perché li abbiamo trasformati quasi in delle fiabe, ma nel senso negativo: c’è il disincanto, entra il buon senso, il mio dovere, il bisogno di “avere i piedi per terra”. Ma così ci dimentichiamo che se non nutriamo più dei desideri che ci superano, allora vuol dire che ci stiamo accontentando dei piccoli idoli del comodo, di ciò che è sicuro, del Dio tascabile e della felicità già impacchettata, invece di rischiare di riconoscere un anelito vero, profondo, puro, ma che potrebbe farci del male nell’attesa della sua realizzazione.

È veramente fortissima la domanda che Gesù fa a quest’uomo malato. Cristo ha talmente a cuore non soltanto la sua guarigione fisica, ma specialmente la libertà interiore, che riporta quest’uomo al suo desiderio profondo. È bellissimo come il vangelo descriva l’attenzione di Gesù, che«vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: “Vuoi guarire?”». Gesù vede e sa, vede questo malato, e sa quanta delusione ci sia nel suo cuore, quanto ci sia bisogno di speranza. E precisamente perché sa, Gesù non esita a stuzzicare il punto più vulnerabile nel cuore di quest’uomo. Fa proprio quella domanda che sembrerebbe scontata, ma non lo è per niente!

Infatti, sapete che cosa fa il malato? Non gli risponde proprio! Invece di riconoscere il suo desiderio di guarigione, sposta l’attenzione alle circostanze contrarie e alle aspettative deluse. Nella sua testa, l’unico modo per essere sanato era che qualcuno lo immergesse nella piscina. Non ha per niente calcolato l’incontro con Gesù. Ha davanti a sé il Figlio di Dio, il suo creatore e salvatore che può tutto, ma nella piccolezza del suo cuore, si chiude nella solitudine e nell’ invidia: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Non risponde alla domanda di Gesù («Vuoi guarire?») ma dice semplicemente che non ha nessuno, e poi si paragona agli altri che lo precedono sempre.

Queste tentazioni della solitudine e dell’invidia sono proprio quelle che il diavolo usa per distrarci dall’amore e dalla guarigione che Gesù sta realmente offrendo a ciascuno di noi. Potremmo dire che il malato della piscina di Bethzatà è un classico caso di vittimismo. Quando è che mi sento vittima? Quando non credo più alla mia libertà, quando scarico tutte le mie disgrazie sulle circostanze e sugli altri, e quando perdo la speranza di poter ricevere qualcosa di bello e scegliere qualcosa di buono.

Alla fine, posso scegliere nella mia vita fra due atteggiamenti di fondo:

 

Non RICEVO ciò che MERITO

(la logica del possesso e delle aspettative deluse)

oppure

Non MERITO ciò che RICEVO

(la logica del dono, della grazia, e della gratitudine)

 

Gesù ci mette di fronte a questa scelta, ma ci lascia liberi. Se io continuo a chiudere il mio cuore nella delusione perché penso di dover meritare qualcosa che non ho, allora mi scelgo da solo la mia tristezza. Se invece mi lascio guardare e toccare da Gesù, se sono disposto a trasformare pian piano il mio atteggiamento verso le varie circostanze della mia vita, allora posso ringraziare perché veramente non merito tutto il bene che ricevo: la mia vita, l’amore del Padre, il sole che mi bacia la mattina, un posto accanto al Figlio nel suo regno …

 

Il bello di questo incontro fra Gesù e l’uomo malato è che Gesù va oltre la risposta che dà l’uomo, e nonostante queste resistenze, donandogli la guarigione, gratuitamente. E lo fa con un comando molto chiaro: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina. E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare». È così semplice da una parte, questa guarigione: non c’è niente di particolarmente fantastico: non viene un angelo, Gesù non ha bisogno dell’acqua, non ci sono gesti particolari, solo questi tre verbi, questi comandi che posso ricevere oggi anch’io:

  • Alzati: dalla delusione, dall senso di sconfitta, dalla tua prospettiva troppo bassa e limitata, dall’abitudine
  • Prendi la tua barella: riconosci la sofferenza, non avere paura di dargli un nome, ma questo peso, questa barella non deve più essere come un giogo che ti determina; prendilo in mano questo peso, perché è Gesù che ti dà la forza e la libertà di farlo
  • Cammina: fai almeno un passo, muoviti almeno un po’, cambia prospettiva, lascia ciò che ti è comodo per seguire questo Maestro che ti ha liberato

 

Nell’incontro con Gesù, è importante essere davvero onesti con Lui. Perché è l’unica strada per una vera trasformazione, per crescere veramente nella libertà. A volte abbiamo proprio bisogno di poter rispondere onestamente a Gesù: «Signore, non voglio». Perché è lì, nella mia sincerità, e nella vulnerabilità, che Lui può lavorare. Penso alla parabola che Gesù stesso racconta dei due figli, quello che dice di sì al padre ma poi non va a lavorare; e invece l’altro che all’inizio dice di no, ma poi si pente e fa la volontà del padre. Siamo reali con Gesù, siamo onesti, e sarà Lui stesso a lavorare sulla nostra durezza di cuore. Lui non ci vuole perfetti come immaginiamo noi la perfezione; ci vuole figli fiduciosi.

 

Proposito concreto

Posso scegliere una di queste domande e portarla nella preghiera, chiedendo coraggio e onestà allo Spirito Santo.

 

  1. Che cosa vuol dire per me oggi il comando di Gesù, “Alzati, prendi la tua barella e cammina”? Da che cosa mi devo alzare? Come descriverei questa barella? In quale direzione sto camminando?

 

 

  1. Se io dovessi riscrivere questo vangelo, inserendo il mio nome, come si potrebbe leggere?

 

Si trovava lì ____________________________ che da ____________ anni era ______________________. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse:

“Vuoi __________________________________________________?”.

Gli rispose il malato: “Signore, non ho _____________________________________________________. Mentre infatti sto per andarvi, un altro __________________________________”.

 

  1. Che cosa è più facile per me dire? Perché?

Non RICEVO ciò che MERITO

oppure

Non MERITO ciò che RICEVO

La meditazione di questo mese è di Ruth 

 

 

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